Programmato per uccidere

“Solo i morti hanno visto la fine della guerra.” Non è solo il monito del filosofo George Santayana, ma l’incipit brutale di Centaura, uno dei simulatori bellici più crudi di Roblox. In un mondo dove il conflitto è dilagante e privo di leggi a frenarne la brutalità, il gioco promette “un’ultima guerra per porre fine a tutte le guerre”. Ma mentre migliaia di adolescenti si immergono in questa ricerca virtuale della pace attraverso la violenza, il confine tra pixel e realtà si dissolve. Dietro l’estetica dei cubi si nasconde un meccanismo sistemico: il “militainment”. Dalle dirette Twitch dei player-recruiter alle simulazioni jihadiste, il gaming non è più solo svago, ma un campo di battaglia per il controllo delle menti più giovani.

La guerra è un videgioco

In questo articolo esploriamo il confine sempre più sottile tra il controller delle nostre console e il grilletto sul campo di battaglia. Non parliamo solo di videogiochi, ma di una vera e propria configurazione sistemica: il Complesso Militare-Intrattenimento (MEC).

Analizzeremo come la cultura videoludica sia stata trasformata in uno strumento di militarizzazione sociale , dove il soldato in servizio diventa un “player-recruiter” su piattaforme come Twitch per connettersi emotivamente con le generazioni Gen Z e Alpha. Ma qual è il prezzo di questa immersione?

La nuova frontiera dei videogiochi “play to earn”

Quando 2,5 miliardi di persone giocano ai videogiochi e l’industria del “gaming”nel suo insieme si prepara a valere 256,97 miliardi di dollari entro il 2025, qualcosa vorrà pur ben dire.

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