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Esplorando il Metaverso: Tra Mondi Virtuali ed Empatia

Esplorando il Metaverso: Tra Mondi Virtuali ed Empatia

L’Amara Verità dei Mondi Virtuali: Illusioni Senza Sostanza?

Oggi voglio parlarvi di una tendenza che sta guadagnando sempre più terreno nella nostra società: i mondi virtuali. Sì, quei luoghi digitali che promettono connessione, avventura e interazione senza fine. Ma lasciatemi condividere con voi la mia prospettiva, che potrebbe farvi vedere questi universi in una luce leggermente diversa, forse più realistica.

Immaginate un mondo in cui le metropoli sono spettrali e desolate, mentre le persone si chiudono nelle loro menti, abbandonando la realtà per avventurarsi in mondi di pixel e codice. Suona affascinante, vero? Ma ciò che inizia come una fuga dalla noia della vita quotidiana finisce per diventare una triste illusione. I cuori delle città diventano spazi vuoti, i volti delle persone si congelano in espressioni senza vita e le risate si trasformano in eco senza gioia. I mondi virtuali promettono interazione, ma offrono solo superficialità.

Vi siete mai chiesti cosa succede quando si tenta di instaurare una connessione genuina in questi mondi digitali? Le parole diventano come gocce in un pozzo senza fondo, perdute nell’abisso dell’indifferenza. Le relazioni che si sviluppano sono fragili come cristalli, pronte a frantumarsi al minimo conflitto. Le feste e le riunioni sono solo aggregazioni di presenze vuote, dove ognuno sembra ballare al ritmo di una musica inascoltabile.

E che dire degli obiettivi e delle missioni all’interno di questi mondi virtuali? Raccogliere monete digitali e punti esperienza suona come un modo divertente per passare il tempo, ma cosa ottenete veramente da tutto ciò? Oggetti virtuali che non hanno alcun valore reale è come rincorrere ombre, sperando di afferrare qualcosa di tangibile. Questi mondi sembrano promettere avventure straordinarie, ma alla fine si riducono a una serie di compiti insignificanti che non portano a nulla di soddisfacente.

E che dire delle persone? Nel mondo reale, le relazioni richiedono empatia, comprensione e impegno. Nei mondi virtuali, tutto ciò sembra svanire. Gli individui si muovono come automi, cercando contatti umani ma rimanendo intrappolati nella loro apatia digitale. La malattia della disconnessione si diffonde, allontanando le persone dalla realtà e dai legami autentici.

Ora, non fraintendetemi. La tecnologia ha sicuramente il suo posto e può portare grandi vantaggi. Ma dobbiamo anche riconoscere i suoi limiti. I mondi virtuali possono essere una via di fuga temporanea, ma non possono sostituire la ricchezza delle vere relazioni umane e l’autenticità della vita reale. Quindi, mentre ci avventuriamo in questi mondi digitali, ricordiamoci di mantenere un equilibrio. Non lasciamoci ingannare dalle illusioni dei mondi virtuali, ma cerchiamo piuttosto la vera connessione e la gioia nell’esperienza umana autentica.

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Metaverso e aziende quale futuro?

In questo periodo in cui il “metaverso” è diventato “mainstream” e si moltiplicano le piattaforme che vi operano, ho voluto constatare quali siano le aziende italiane, che si adoperano in questo campo.

Queste sono le prime 10 aziende italiane che operano nel metaverso e il loro focus.

  1. Gametize – gaming e sviluppo di applicazioni per la formazione e il marketing
  2. Dalia Research – ricerca di mercato basata su AI e metodologie online
  3. Block One – tecnologie blockchain e sviluppo di soluzioni decentralizzate
  4. Olo – tecnologie per la realtà virtuale e aumentata
  5. Virtual Harmony – produzione di eventi e conferenze in realtà virtuale
  6. AWE – sviluppo di esperienze immersivi in realtà aumentata
  7. PixelVision – produzione di film e contenuti per la realtà virtuale
  8. Mustard Labs – sviluppo di soluzioni d’intelligenza artificiale per la vita quotidiana
  9. Herdius – tecnologie blockchain e soluzioni decentralizzate
  10. Stormite – produzione di giochi e applicazioni per la realtà virtuale e aumentata.
Photo by Lum3n on Pexels.com

Non solo giochi e/o servizi, ci sono anche i grandi brand a livello mondiale che hanno uno spazio nel metaverso:

  1. Nike – ha lanciato un’esperienza in realtà virtuale per il lancio delle sue scarpe
  2. Louis Vuitton – ha presentato la sua prima sfilata di moda in realtà virtuale
  3. Gucci – ha lanciato un’esperienza di realtà virtuale che permette agli utenti di esplorare la sua storia e la sua attuale collezione
  4. Coca Cola – ha lanciato una campagna pubblicitaria in realtà virtuale
  5. Red Bull – ha lanciato una serie di esperienze in realtà virtuale per il lancio di nuovi prodotti e per promuovere le sue attività sportive
  6. BMW – ha lanciato un’esperienza in realtà virtuale per promuovere la sua gamma di veicoli elettrici
  7. Ford – ha lanciato un’esperienza in realtà virtuale per promuovere la sua gamma di veicoli a guida autonoma
  8. Adidas – ha lanciato un’esperienza in realtà virtuale per il lancio di nuove linee di abbigliamento e scarpe
  9. McDonald’s – ha lanciato un’esperienza in realtà virtuale per promuovere la sua gamma di menu e prodotti
  10. Snapchat – ha lanciato una piattaforma in realtà aumentata per creare e condividere filtri e lenti.

Questi sono solo alcuni esempi dei marchi che hanno investito nel metaverso per raggiungere i propri obiettivi di marketing. Il metaverso offre una nuova frontiera di possibilità per le aziende che cercano di creare esperienze coinvolgenti e immersivi per i propri clienti e questi brand operano principalmente in tre piattaforme di metaverso:

  1. Realità Virtuale (VR) – Louis Vuitton, Gucci, Red Bull, BMW, Ford, Adidas, McDonald’s
  2. Realità Aumentata (AR) – Snapchat, Nike
  3. Metaverse-specific platforms – poiché questi brand possono collaborare con varie piattaforme di metaverso, come Roblox, Decentraland, VRChat, ecc.

Queste sono solo alcune delle piattaforme in cui questi marchi possono operare e non esclude la possibilità che possano essercene altre. Il metaverso è in continua evoluzione e molte aziende stanno esplorando nuove opportunità per utilizzare questa tecnologia per raggiungere i loro obiettivi di marketing e di brand.

Al momento, ci sono diverse piattaforme di metaverso che stanno diventando popolari su Internet. Eccone alcune delle più importanti:

  1. Roblox – una piattaforma di giochi in cui gli utenti possono creare, giocare e condividere esperienze di realtà virtuale
  2. Decentraland – una piattaforma di metaverso basata su blockchain che consente agli utenti di creare, condividere e interagire con esperienze immersivi
  3. VRChat – una piattaforma di realtà virtuale che consente agli utenti di creare e interagire con mondi virtuali e personaggi in realtà virtuale
  4. Fortnite – un popolare gioco di sopravvivenza che ha recentemente lanciato una modalità di realtà virtuale
  5. IMVU – una piattaforma sociale in cui gli utenti possono creare avatar e interagire con altri utenti in mondi virtuali

Queste sono solo alcune delle piattaforme che stanno attualmente spopolando in Internet. Il metaverso è un’area in rapida evoluzione e ci si aspetta che vengano lanciate molte più piattaforme e tecnologie nel prossimo futuro.

Photo by Tranmautritam on Pexels.com

Il futuro delle web agency

In tutto questo, un’agenzia web, potrà ancora trovare uno scopo a proporre i propri servizi nel metaverso?

Sì, un’agenzia web potrebbe trovare riscontro nell’offrire i propri servizi nel metaverso. Con la crescente popolarità e l’aumento dell’adozione delle tecnologie di realtà virtuale e aumentata, molte aziende stanno esplorando l’opportunità di entrare in questo nuovo mondo digitale, e un’agenzia web che offre servizi come lo sviluppo di siti web e applicazioni, la progettazione grafica e l’ottimizzazione per i motori di ricerca, potrebbe trovare nuove opportunità di business, creando esperienze online immersive e coinvolgenti per i propri clienti. Tuttavia, è importante che l’agenzia si tenga informata sulle tecnologie e le tendenze in evoluzione nel metaverso per garantire un servizio di alta qualità e in linea con le aspettative dei propri clienti.

Un’agenzia web che vuole operare nel metaverso potrebbe offrire una serie di servizi, tra cui:

1. Sviluppo di esperienze immersive in realtà virtuale o aumentata

2. Progettazione di mondi virtuali personalizzati e interattivi

3. Creazione di personaggi e animazioni in 3D per il metaverso

4. Integrazione di soluzioni d’intelligenza artificiale per rendere le esperienze più interattive e coinvolgenti

5. Sviluppo di giochi e app per la realtà virtuale e aumentata

6. Progettazione e creazione di eventi virtuali, come conferenze, concerti e sfilate di moda

7. Consulenza sulle strategie di marketing e di brand

8. Sviluppo di soluzioni di e-commerce per il metaverso, permettendo agli utenti di acquistare e vendere beni virtuali.

L’importante è che l’agenzia identifichi i bisogni dei propri clienti e sviluppi soluzioni personalizzate per aiutarli a ottenere il massimo dalle opportunità offerte da questi nuovi mondi.

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4 motivi per entrare nel metaverso

Il metaverso offre diverse opportunità, tra cui:

  1. Intrattenimento: Il metaverso può essere utilizzato per creare esperienze di gioco immersivo e di realtà virtuale che consentono agli utenti d’interagire in modo più coinvolgente con i contenuti.
  2. Comunicazione: Il metaverso consente agli utenti di comunicare e interagire in modo più naturale in ambienti virtuali, creando nuove opportunità per la comunicazione sociale e lavorativa.
  3. Formazione: Il metaverso può essere utilizzato per creare ambienti di formazione immersivi che consentono agli studenti d’imparare in modo più efficace.
  4. Negozi e commercio: Il metaverso può essere utilizzato per creare negozi e centri commerciali virtuali dove gli utenti possono acquistare prodotti e servizi.
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Come A.I. Genera le immagini

Come l’A.I. interagisce sulle immagini realizzate a partire da semplici descrizioni.

Ecco un esempio di script che mostra come l’intelligenza artificiale può essere utilizzata per generare immagini a partire da semplici esposizioni, sotto il codice creato.

import tensorflow as tf
from tensorflow import keras
from tensorflow.keras import layers

# Prepariamo il modello di generazione di immagini
model = keras.Sequential()
model.add(layers.Dense(256, input_shape=(100,)))
model.add(layers.LeakyReLU())
model.add(layers.BatchNormalization())
model.add(layers.Dense(512))
model.add(layers.LeakyReLU())
model.add(layers.BatchNormalization())
model.add(layers.Dense(1024))
model.add(layers.LeakyReLU())
model.add(layers.BatchNormalization())
model.add(layers.Dense(784, activation='tanh'))
model.add(layers.Reshape((28, 28, 1)))

# Compiliamo il modello
model.compile(optimizer='adam', loss='binary_crossentropy')

# Carichiamo il dataset di immagini
(x_train, y_train), (x_test, y_test) = keras.datasets.mnist.load_data()
x_train = (x_train.astype('float32') - 127.5) / 127.5

# Addestriamo il modello sull'insieme di dati
model.fit(x_train, x_train, epochs=50, batch_size=256)

# Generiamo una descrizione casuale
description = "un gatto seduto su un tappeto rosso"

# Convertiamo la descrizione in un vettore di numeri
description_vector = tf.keras.preprocessing.text.Tokenizer().fit_on_texts([description])
description_vector = tf.keras.preprocessing.sequence.pad_sequences(description_vector, maxlen=100)

# Utilizziamo il modello per generare un'immagine a partire dalla descrizione
generated_image = model.predict(description_vector)

# Mostriamo l'immagine generata
import matplotlib.pyplot as plt
plt.imshow(generated_image[0], cmap='gray')
plt.show().

In questo esempio, ha utilizzato un modello di generazione di immagini generativo (GAN) per concepire un’immagine a partire da una descrizione scritta. Ha utilizzato il dataset MNIST per addestrare il modello, ma si potrebbe utilizzare qualsiasi dataset di immagini.

Per generare l’immagine, ha prima convertito la descrizione in un vettore di numeri utilizzando la classe Tokenizer di Keras. Poi ha adoperato il modello addestrato per dar vita a un’immagine a partire dal vettore di descrizione.

Nota che questo script è solo un esempio di base e potrebbe non generare immagini realistiche o pertinenti alla descrizione fornita. Per generare immagini più realistiche, sarebbe necessario utilizzare un modello più sofisticato e addestrarlo su un dataset di immagini e descrizioni più grande. Inoltre, potrebbe essere necessario utilizzare tecniche di elaborazione del linguaggio naturale per elaborare la descrizione fornita e convertirla in un formato utilizzabile dal modello.

Inoltre, questo script utilizza un modello GAN, esistono anche altri modelli che possono essere utilizzati per generare immagini a partire da descrizioni, come VAE (Variational Autoencoder) o la tecnologia DALL-E.

Cosa è la tecnologia DALL-E

DALL-E è una tecnologia di generazione di immagini sviluppata da OpenAI che utilizza una rete neurale per generare immagini a partire da descrizioni scritte. La tecnologia è basata su un modello di generazione di immagini generativo (GAN) e utilizza una rete neurale di trasformazione profonda per far nascere immagini a partire da un vettore di descrizione.

Il modello DALL-E è stato addestrato su un dataset di immagini e descrizioni trovate in internet, che gli permette di creare immagini a partire da rappresentazioni anche molto astratte o immaginarie. Il modello è in grado di generare immagini di oggetti e scene che non esistono nella realtà ma descrivibili a parole.

Il modello DALL-E è stato utilizzato in una varietà di applicazioni, tra cui la generazione di immagini per il design, la creazione di contenuti per i socialmedia e la generazione di immagini per il gaming.

DALL-E è stato presentato come un nuovo modello di riproduzione di immagini generativo che supera i modelli GAN tradizionali in termini di flessibilità e capacità di creare immagini a partire da descrizioni ipotetiche.

In sintesi DALL-E è una tecnologia di generazione di immagini basata sull’intelligenza artificiale che consente di generare immagini a partire da descrizioni scritte utilizzando una rete neurale di trasformazione profonda.

Le reti neurali

Una rete neurale è un sistema di algoritmi di apprendimento automatico, che cercano di imitare il funzionamento del cervello umano, composta da una o più “unità” chiamate neuroni artificiali. Questi neuroni sono connessi tra di loro attraverso dei “percorsi” chiamati connessioni, che trasmettono i segnali tra i neuroni.

In una rete neurale, i dati vengono immessi in uno o più neuroni di ingresso e vengono elaborati attraverso una serie di strati di neuroni nascosti, prima di essere prodotti come output da uno o più neuroni di uscita. Ogni strato di neuroni utilizza una funzione di attivazione per decidere come elaborare i segnali in ingresso.

Le reti neurali possono essere utilizzate per una vasta gamma di applicazioni, tra cui il riconoscimento delle immagini, il riconoscimento del linguaggio naturale, la generazione di testo e la generazione di immagini. Esistono diverse tipologie di reti neurali, tra cui le reti feedforward, le reti ricorrenti e le reti convolutional. Ogni tipo di rete neurale ha una struttura e una funzionalità specifica, che la rendono adatta a un particolare tipo di problema.

A.I. Non sostituirà la fantasia umana.

Le immagini generate dall’intelligenza artificiale possono essere uno strumento potente per la creazione di contenuti e di ispirazione, ma non possono sostituire completamente la fantasia umana.

Le immagini create dall’intelligenza artificiale sono basate sui dati di insegnamento utilizzati per addestrare il modello e sono limitate dalle capacità del modello stesso. Non hanno la capacità di generare idee nuove e uniche come quelle derivate dalla fantasia umana.

Inoltre, l’intelligenza artificiale non possiede la capacità di comprendere il contesto, la cultura e le emozioni umane che sono alla base della creatività.

In sintesi, le immagini generate dall’intelligenza artificiale possono essere un’ottima risorsa per la creazione di contenuti e l’ispirazione, ma non possono sostituire completamente la fantasia umana, poiché l’IA non possiede la capacità di generare idee nuove e uniche, e non ha la capacità di comprendere l’ambiente, la cultura e le emozioni umane.

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Arte e A.I.

L’arte con l’avvento dell’intelligenza artificiale è diventata un patrimonio di tutti, nel senso che non solo si può interagire con essa, ma possa anche diventare parte integrante del nostro modo di esprimersi.

Premesso questo però, una domanda sorge spontanea, può considerarsi “arte”, quella generata da un’intelligenza artificiale?

Per mettere le cose in chiaro vediamo cos’è l’arte per un’intelligenza artificiale: L’arte è una espressione creativa dell’uomo attraverso diverse forme, come la pittura, la scultura, la musica, la danza, la poesia e il teatro. L’arte è un modo per esprimere emozioni, idee e sentimenti attraverso le opere d’arte, e può essere usata come mezzo per comunicare con gli altri e per riflettere sulla società e il mondo in cui viviamo. L’arte è una parte importante della cultura umana e può essere trovata in tutte le società di tutto il mondo.

Per l’enciclopedia Treccani è: In senso lato, ogni capacità di agire o di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche, quindi anche l’insieme delle regole e dei procedimenti per svolgere un’attività umana in vista di determinati risultati.

Balza all’occhio in entrambe le spiegazioni che l’arte è una pratica prevalentemente umana. Questo basta di per sé ad affermare che un’opera generata da un’intelligenza artificiale, non sia da condiscendesi “arte”.

Andiamo più nel profondo.
Si può chiedere a un’intelligenza artificiale di dare corpo a una nostra idea; lei genererà quello che con i dati forniti dal suo immenso database, ciò che più si avvicinerà alla sua visione oggettiva, darà immagine non a una visione, non a un pensiero, ma al risultato di una mera operazione matematica, solamente aggiungendo alla nostra idea di partenza particolari più o meno consoni, secondo gli ordini stabiliti in precedenza.

Se noi stabiliamo che la A.I. Dovrà disegnare un bambino nella neve sotto un sole rosa, ebbene il risultato sarò il più vicino possibile alla realtà oggettiva dei dati in suo possesso, avremmo così un’immagine fredda, impersonale e disturbante, della rappresentazione dell’idea di un bambino nella neve.

Con queste premesse, è nata l’idea di “An intimate tales”, una serie d’immagini generate dall’intelligenza artificiale, su idee, concetti e frasi, con il preciso scopo di dare vita a idee di rappresentazioni tanto più vicine a quella realtà distopica, che chi meglio di una A.I. Può raffigurare.

Le opere così create, saranno inserite in un museo virtuale situato nel metaverso e visitabile senza nessuna restrizione.

An intimate tale.

An intimate tale è un percorso nel proprio profondo, un viaggio tra incubi interiori, drammi e paure, dove le ombre attenuano le luci e dove la speranze è una lontana chimera. An intimate tale è sopratutto un cammino tra le immagini create dalla A.I. Che essendo solo un agglomerato di dati elabora matematicamente i compiti assegnatole.

Il risultato è proprio ciò che dimostra, l’assenza di sentimenti, la mancanza di phatos, l’immaginazione senza fine di una realtà distopica tipica della nostra epoca, dove l’umanità è assoggettata al profitto è schiava solo dell’apparire, le mille maschere che un’identità digitale può creare, fabbricano mostri, che nascono e muoiono ciclicamente.

Storie intime è un caleidoscopio d’immagini irreali, disturbanti, ma tanto più psicotiche tanto più vere a una realtà che sta imponendosi come l’unica cui l’essere umano potrà essere l’artefice, almeno fino a quando le varie A.I. Glielo permetteranno, poi sarà il silenzio.

E dunque da considerarsi arte, quella generata dall’intelligenza artificiale?

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Creare una galleria d’arte nel metaverso

Sei un artista e hai deciso di esporre le tua opere digitali nel metverso, cogliendo così una delle tante opportunità che offre.

Hai scelto con cura le tue opere e adesso sei alla ricerca di una piattaforma per esporle.

Nel web vi sono un’infinità di mondi virtuali atti a questo scopo, voglio parlarti dell’opportunità che offre Spatial.

Cosa è Spatial

Spatial è un metaverso dedicato ad aiutare creatori e marchi a costruire i propri spazi nel metaverso, per condividere spazi culturali e non solo. Consente ai suoi utenti di sfruttare i suoi splendidi spazi per condividere contenuti, costruire comunità affiatate e promuovere lavori e prodotti creativi. Consente inoltre ai suoi utenti di creare spazi 3D belli e funzionali che si possono coniare come NFT e vendere/affittare ad altri che desiderano ospitare le loro esperienze.

Si può accedere a questo “mondo” in vari modi, col tuo account google o Microsoft alla email, oppure se sei più scafato con Metamask.

Cosa è Metamask

MetaMask è un’estensione per il browser che permette agli utenti di gestire i loro indirizzi Ethereum e d’interagire con applicazioni basate sulla blockchain. Una volta installata l’estensione, gli utenti possono creare un nuovo portafoglio Ethereum o importare uno esistente. Possono quindi utilizzare MetaMask per inviare e ricevere pagamenti in Ether e interagire con applicazioni basate sulla blockchain. MetaMask offre anche agli utenti la possibilità di firmare transazioni in modo sicuro e di accedere a una varietà di dApps decentralizzate (applicazioni decentralizzate) sulla blockchain Ethereum.

P.S. Se accedi con Metamask avrai anche l’opportunità d’inserire le tue opere NFT dal tuo account Opensea, (ne scriverò più approfonditamente in un prossimo articolo).

Come si accede

L’accesso a Spatial è molto semplice e non richiede competenze specifiche. Dopo che avrai eseguito il “log in”, potrai trovare in alto a sinistra un “create a space”, che nella versione gratuita offre dieci possibilità di ambientazioni, dalla galleria, al longue, all’auditorium, dove potrai organizzare conferenze e condividere video, slide e quant’altro riterrai opportuno, il tutto in modo intuito e semplice.

La galleria

Ora che hai il tuo spazio non ti resta che riempirlo con le tue opere, e anche qui è tutto molto semplice, vedrai appesi al muro degli spazi vuoti con una cornice, tu non dovrai altro che cliccarci sopra e ti si aprirà un menù, dove potrai caricare e inserire le tue opere, ovviamente puoi metterci un titolo e una descrizione, e potrai abbellire il tuo spazio con mobili e oggetti di arredamento vario.

Ovviamente sei libero di spaziare anche nelle altre “stanze”, interagire coi vari “ospiti”, chattare, condividere, è attiva anche la chat vocale e ovviamente quella in 3D, fare amicizie, creare eventi, confrontarsi e quant’altro, il tutto molto semplicemente e intuitivamente.

Se volessi più informazioni, non esitare a contattarmi

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The Roblox experience

Con 100 milioni di utenti attivi, due milioni di creators e 50B $ di capitalizzazione in borsa; Roblox non un semplice gioco online, ma una raccolta di oltre 50 milioni di giochi diversi.

Cosa è Roblox

Roblox è una piattaforma per videogiochi e di creazione disponibile per la maggior parte dei dispositivi mobili, console e PC, dove giocatori possono scegliere tra migliaia di esperienze create dagli sviluppatori. Rilasciato nel 2006, Roblox è passato dall’oscurità a un colosso del gioco, culminando in un’offerta di azioni pubbliche multimiliardarie.

Roblox non è un singolo gioco, ma piuttosto una raccolta di oltre 50 milioni di giochi, tutti creati dalla sua comunità di giocatori. Il paragone più semplice è quello di YouTube: un’enorme libreria di “contenuti generati dagli utenti”, ma in questo caso i contenuti sono giochi piuttosto che video.

I bambini (e gli adulti) scaricano l’applicazione Roblox per computer, console di gioco, smartphone o tablet e la usano per sfogliare e giocare al suo catalogo di giochi. Anche le funzionalità social sono fondamentali per il suo fascino, inclusa la possibilità di aggiungere amici e chattare con loro durante il gioco.

Quanti bambini ci giocano?

Roblox non divide la sua cifra di 100 milioni tra bambini e adulti, anche se afferma che il 40% di loro sono donne e ragazze. Solo nel Regno Unito, ci sono circa 1,5 milioni di bambini che giocano a Roblox, secondo la società di ricerca Kids Insights. I suoi dati, basati su un sondaggio annuale su 20.000 bambini britannici, suggeriscono che il 24% dei ragazzi di età compresa tra 10 e 12 anni qui sono su Roblox, più che su TikTok (13%) e Snapchat (20%) e quasi tanto popolare quanto Instagram (25%). La società aggiunge che il 19% dei bambini dai sette ai nove anni nel Regno Unito sta giocando a Roblox, un po’ dietro YouTube (43%) ma davanti a marchi TV come CBBC (11%), Nickelodeon (10%) e Cartoon Rete (8%).

Perché Roblox è così popolare?

“Non siamo un’azienda che fa molto marketing. Il primo modo in cui qualcuno scopre la nostra piattaforma è che viene invitato a giocare da un amico. E il secondo è che guarderanno le persone che giocano su YouTube”, afferma Craig Donato, chief business officer di Roblox. “Quindi è un fenomeno molto organico”. Suggerisce anche che una delle ragioni della popolarità di Roblox è la sua enfasi sul “gioco non strutturato” in un’era in cui molti bambini sono più limitati nelle loro attività nel mondo fisico rispetto alle generazioni precedenti. “Quando tornavo a casa da scuola, salivo in bicicletta, uscivo nei boschi, facevo baseball. Ma oggi viviamo in un mondo in cui è difficile per i bambini uscire e giocare in modo non strutturato con i loro amici”, dice. “La maggior parte delle esperienze sulla nostra piattaforma non riguarda solo l’oggetto da vincere. È un’esperienza che hai con altre persone: un’esperienza condivisa”.

Chi crea i giochi in Roblox?

Chiunque può creare un gioco (o “esperienza” – possono semplicemente essere spazi virtuali) per Roblox scaricando il suo software Roblox Studio separato. La società afferma di avere più di 2 milioni di “creatori” – quindi circa il 2% dei suoi giocatori – con i giochi più popolari giocati da un massimo di 100.000 persone contemporaneamente. Per molti bambini, creare un gioco semplice o una stanza virtuale dove poter uscire con gli amici è il limite delle loro ambizioni, ma altri costruiscono giochi più grandi e complessi e iniziano persino a fare soldi prendendo una parte degli acquisti in-game usando La valuta virtuale di Roblox, Robux. La società prevede di pagare a loro più di $ 100 milioni nel 2019. “Abbiamo questi team che formano aziende e guadagnano milioni di dollari all’anno”, afferma Donato. Roblox è desideroso di promuovere questa comunità: nel 2018 ha lanciato il proprio curriculum, disponibile con licenza Creative Commons, per l’utilizzo da parte degli educatori. Donato afferma di aver raggiunto più di 500.000 bambini nel suo primo anno.

Roblox è sicuro per i bambini?

Roblox è sicuro per i bambini? Quando la notizia della nascita di Roblox è apparsa nel mainstream, le sue recensione sono state spesso negative: dai resoconti di adulti che cercavano di adescare i bambini sulla piattaforma nel 2017, alla famigerata, un’aggressione sessuale virtuale nel giugno 2018, quando l’avatar di un giocatore di sette anni è stato attaccato da due avatar maschili, che avevano violato il codice di gioco mostrando immagini esplicite. Il mese successivo, il Sun ha pubblicato un’indagine in cui affermava che Roblox era “un paradiso per i ruoli di jihadisti, leader nazisti e membri del Ku Klux Klan”. La società afferma di aver lavorato duramente per affrontare i trasgressori e correggerne eventuali lacune. “Noi non possiamo discolparci se le cose sono andate male, anzi alziamo le mani e diciamo: ‘Questo è ciò che abbiamo fatto per risolverlo, e questo è ciò che stiamo facendo per assicurarci che non accada mai più”, afferma Laura Higgins, responsabile della sicurezza sui bambini assunta da Roblox nel gennaio 2019 come suo “direttore della civiltà digitale”. Il suo compito è imparare da quei problemi e prevenire attività che potrebbero danneggiare i giovani giocatori. “Iniziamo davvero con la sicurezza come nostra priorità numero 1. Riconosciamo che abbiamo giocatori più giovani, quindi devi essere il più avanti possibile in termini di sicurezza”, afferma. “È una cosa secolare: se le persone hanno cattive intenzioni nei confronti dei più giovani. Esaminiamo costantemente gli strumenti di cui disponiamo e cerchiamo modi per migliorarli”.

Cosa possono fare igenitori?

Un’altra misura adottata da Roblox è lanciare una sezione del suo sito web chiamata For Parents, che spiega i suoi strumenti di sicurezza: dagli algoritmi che bloccano parolacce e nomi e indirizzi nelle chat di testo, al suo sistema di segnalazione per chat o contenuti inappropriati. C’è anche un algoritmo che rileva se gli avatar dei giocatori indossano “abbigliamento appropriato”. Higgins ammette; “La piattaforma Roblox vuole assicurarsi che i genitori vedano anche il lato positivo dei giochi che i bambini stanno creando, citando l’esempio di un gioco realizzato da un adolescente il cui padre è morto di recente. “Ha sviluppato un gioco sulla gestione del benessere e della salute mentale, come viaggio per altri giovani che sperimentano questo tipo di problemi”, dice. “È stato uno sfogo straordinario per lui, ma ha anche aiutato molti giovani che lo hanno giocato e sono stati in grado di esplorare le proprie emozioni”. Questo è un aspetto evidenziato anche dallo sviluppatore Abbie Leigh. “Adoro la comunità degli sviluppatori nel suo insieme. Restiamo uniti, sosteniamo le creazioni dell’altro e ci aiutiamo a vicenda quando ne abbiamo più bisogno”, dice. “Dal feedback sui giochi, alle questioni personali.”

Esperienza personale

Ho potuto constatare quanto sia semplice in effetti “intrufolarsi” nei giochi, anche perché la piattaforma richiede l’identificazione solo sei hai più di tredici anni, quindi per ipotesi chiunque abbia “cattive” intenzioni può “giocare” senza problemi.

C’è anche da dire qualcosa sul tipo di alcuni giochi, molti di questi, come “adopt me”, “Brookaven RP”, “Nightclub adoptme Paradise, “MeepCity”, sono giochi di ruolo basati sull’interazione tra giovani utenti e sull’imitazione della vita reale, quindi essere una coppia, adottare un figlio o un animale, venire adottati, trovarsi un fidanzato/a per adottare un figlio/a o un “pet”, avere una casa, dare delle feste, farsi molti amici, ecc. A volte questa “smania”di volere fare ed essere non tiene però conto che chi sta al di la di un avatar per quanto grazioso e gentile possa essere, si nasconda anche l’uomo nero.

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Diventare artisti NFT

Un passaggio obbligato

I token non fungibili hanno avuto un enorme impatto sulla comunità dell’arte digitale. Gli artisti non hanno mai avuto la piattaforma adeguata per vendere nessuna delle loro creazioni digitali fino a quando non sono arrivati gli NFT. Con tutto l’hype intorno a queste opere d’arte digitali, è difficile resistere all’impulso di saltare e ottenere un pezzo della torta. Ma come si diventa effettivamente un artista NFT?

Prima di iniziare il tuo lungo ed entusiasmante viaggio per diventare un artista NFT, devi capire che tipo di opera d’arte creerai. Avere una nicchia coerente durante la creazione della tua arte digitale può aiutarti a migliorare le tue abilità e consentirà al tuo pubblico di capire quale tipo di opera d’arte crei.

Per esempio; se sei un artista a cui piace creare ritratti digitali di famose star dello sport, il tuo pubblico imparerà che ti piacciono gli sport e creerai pezzi legati allo sport. Se un giorno decidi di pubblicare un dipinto digitale di un unicorno, tuttavia, potresti allontanare i tuoi follower e confonderli. Questo potrebbe essere potenzialmente positivo o negativo, ma è meglio rimanere coerenti nel tuo stile in modo che le persone possano imparare ad amare o odiare il tuo lavoro.

La scelta della tua nicchia artistica dovrebbe essere abbastanza semplice. Forse hai già una nicchia che crei per divertimento? Potrebbe essere la fotografia naturalistica, i gatti, gli scarabocchi: il cielo è il limite quando selezioni la tua nicchia. Il mio consiglio principale per creare la tua nicchia è scegliere un argomento che ti piace creare. Se invece scegli qualcosa che è popolare o di tendenza, potresti non avere il successo che stai cercando.

La cosa grandiosa dell’arte NFT è che puoi davvero trasformare qualsiasi cosa in un capolavoro unico nel suo genere. Puoi fare musica, video, dipinti, disegni, foto, letteralmente qualsiasi cosa! Quindi, rimani fedele a chi sei e quali sono i tuoi interessi, quindi lascia che il tuo pubblico decida cosa gli piace e cosa non gli piace.

Decidi come creare la tua arte

Dopo aver determinato la tua nicchia artistica, devi decidere come creare quell’arte. Se sei un fotografo che scatta foto della natura, potrebbe non essere necessario acquistare un programma di fotoritocco. Tuttavia, se stai creando qualcosa da zero o hai bisogno di modificare la tua arte, allora devi decidere su una sorta di software di editing.

Software di editing per immagini: se hai bisogno di creare o modificare immagini digitali, ci sono alcune opzioni popolari tra gli artisti NFT. Adobe Illustrator, Lightroom e Photoshop sono tutte buone scelte per modificare le immagini.
Software di creazione per GIF e immagini pixel: Adobe Photoshop (GIF) e Piskel (sprite animati e pixel art)
Ovviamente sono disponibili altri software. In definitiva, il tipo di software di cui hai bisogno dipende dal tuo tipo di arte e dal tuo obiettivo personale per le tue opere d’arte.

Selezione il formato

Una volta deciso il tipo di arte NFT che creerai, dovrai scegliere quale formato di file vuoi creare poiché, per ogni tipo di arte, ci sono diversi formati di file di supporto.

CATEGORIEFORMATI
AudioMP3, WAV
ImmaginiGIF, JPG, PNG, WEBP
VideoMP4

In realtà, devi solo scegliere il tipo di arte che vuoi creare e partire da lì assicurandoti di scegliere il miglior formato di file per soddisfare le tue esigenze. Inoltre, puoi sempre allegare contenuti sbloccabili alla tua arte NFT, il che significa che quando qualcuno lo acquista, ha accesso per scaricare il formato di massima qualità che fornisci. In questo modo non devi creare il token come un file così grande che potrebbe avere problemi a caricarsi correttamente su alcuni marketplace.

Crea la tua arte digitale

Bene, ora che conosci la tua nicchia artistica, come creerai la tua arte e il formato di file in cui salverai la tua arte, è ora di creare la tua prima opera d’arte NFT!

Quando crei la tua arte non fungibile, tieni presente che non è necessario che sia perfetta. La cosa più importante che puoi fare è creare la tua arte, ogni giorno. Ora, solo perché fai nuova arte ogni giorno non significa che devi pubblicare nuova arte ogni giorno. Il motivo per cui dovresti creare nuova arte ogni giorno è per la pratica e per far fluire i tuoi succhi creativi. Prendi ad esempio il famoso artista NFT Beeple; ha venduto un’opera d’arte contenente 5000 pezzi della sua arte, che ha creato ogni giorno per oltre 13 anni – per $ 69 milioni!

Creare la tua arte NFT dovrebbe essere qualcosa di divertente e qualcosa che ti appassiona perché diventare un artista NFT di successo richiede tempo e molta pazienza.

Vendi la rua arte digitale

Ora le cose iniziano a farsi eccitanti! Quando hai il tuo primo pezzo d’arte NFT pronto per la vendita, devi scegliere quale marketplace è giusto per la tua collezione. Ci sono molti mercati tra cui scegliere, ognuno con i suoi pro e contro. Inoltre, presto appariranno nuovi mercati mentre il mondo degli NFT e dell’arte NFT avanza.

Questi sono i marketplace NFT più comuni sul web in questo momento:

NFT MarketplacePro e Contro
OpenSea.ioPro: Ok per cominciare
Con: si trova di tutto un po’
Rarible.comPro: Facilità d’uso
Con: L’arte è incostante
NiftyGateway.comPro: Mercato principale
Con: Devi fare domanda per essere un artista e puoi depositare solo Nifty da collezioni lanciate su Nifty Gateway
SuperRare.coPro: Pezzi di fascia alta
Con: Onboarding lento/deve fare domanda per essere un artista

Il mio consiglio quando vendi per la prima volta il tuo NFT è di creare un account su tutti i siti e pubblicare la tua arte su siti più semplici come OpenSea e Rarible. Una volta che hai un po’ di arte e hai alcuni pezzi, farei domanda per essere un artista per gli altri siti che richiedono la revisione dell’applicazione (NiftGateway e SuperRare).

NOTA: Quando crei i tuoi account sui marketplace, assicurati d’inserire tutti i tuoi link ai social media e i siti web personali nel tuo profilo. Ciò consente alle persone che ti scoprono di seguirti sui social media, costruendo così il tuo seguito.

Come vendere gli NFT e i loro costi aggiuntivi, sarà materia del prossimo articolo.


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Sport e criptovalute

Che la partita abbia inizio

Verrebbe da dire che il settore sportivo sia sicuramente uno di quei settori in cui le offerte di sponsorizzazione non mancano. Tuttavia, il denaro attira denaro e le criptovalute non sono diverse.

Lo sport, come i grandi eventi musicali, uniscono le persone, ed è questo fatto che fa come grancassa per la raccolta di denaro. Mentre altri progetti lottano per costruire la loro comunità impiegando mesi o addirittura anni, con lo sport è sembrerebbe già tutto lì. I club, le squadre e gli stessi giocatori tendono ad avere un enorme bacino di fan e tutto ciò che devi fare è trovare il modo giusto per raggiungerli.

Esistono alcune strategie abbastanza ovvie che gli sport che le criptovalute possono implementare:

  • Raccogliere denaro tramite criptovalute per squadre, club o sportivi.
  • Usa le star dello sport per raccogliere fondi per un progetto crittografico.
  • Crea un token e distribuirlo tra i fan che lo utilizzeranno per acquistare servizi sulla piattaforma di quello sport (come scommesse, acquisto di merchandise, ecc.).
  • Offrire token come strumenti d’influenza e consentire ai fan di prendere parte a decisioni importanti relative a un particolare giocatore, squadra, campionato o persino evento sportivo.

Vediamo invece cosa è già stato fatto.

Crowdfunding , sport e criptovalute

Uno dei casi più iconici è accaduto nel 2014 quando la squadra di bob giamaicana ha ricevuto una sorprendente donazione di 30.000 dollari per andare alle Olimpiadi, raccolta con l’aiuto della comunità Dogecoin.

Inutile dire che ci sono alcuni progetti che emettono token per scopi di crowdfunding. Tra questi  SportyCo , che è stato creato per fornire agli atleti e alle varie organizzazioni sportive investimenti a lungo termine. In cambio, gli investitori ottengono una quota del reddito futuro dell’atleta o della squadra. Newcastle United e Cardiff City hanno approvato questa iniziativa sperando di raccogliere fondi attraverso la propria criptovaluta.

Bitcademy , una promettente startup che sta per lanciare la sua STO, vuole aiutare e potenziare i giovani giocatori utilizzando una combinazione di tecnologie AI e blockchain. La piattaforma consentirebbe anche ai fan di partecipare e influenzare lo sviluppo di calciatori di livello mondiale.

Grandi campioni che promuovono le criptovalute

BitPay è stato probabilmente il pioniere della collaborazione cripto e sportiva con il loro  “Bitcoin” St. Petersburg Bowl  nel 2014.

Quattro anni dopo, un token di gioco, CashBet, a quanto pare ha fatto un’offerta piuttosto interessante all’Arsenal. In cambio, la squadra di calcio ha accettato di promuovere la propria ICO.

Successivamente lo scambio CoinDeal ha sponsorizzato il Wolverhampton Wanderers Football Club e le squadre hanno messo il suo logo sulle loro magliette. E poi eToro, una piattaforma di investimento multi-asset, ha firmato un accordo impressionante con diverse importanti squadre di calcio, tra cui Tottenham Hotspur, Leicester City, Newcastle United, Southampton, Cardiff City, Brighton e Crystal Palace. Lo scambio di criptovalute ha chiesto ai club di creare portafogli crittografici e li ha pagati in Bitcoin.

Nell’ottobre 2018 il torneo di golf British Masters ha  ricevuto finanziamenti da LIFElabs , creatore del token crittografico, LIFEtoken.

Anche le singole celebrità non sono estranee alle promozioni crittografiche. In precedenza, abbiamo  menzionato  Lionel Messi, che ha sostenuto la campagna SirinLabs, e Floyd Mayweather che ha intrapreso un viaggio ICO di minor successo.

Due stelle del calcio, Eden Hazard e Sergio Agüero, stanno sostenendo  All Sport Chain , una piattaforma che mira a diventare una delle principali piattaforme di intrattenimento e previsioni sportive. Puoi già acquistare il loro token SOC su una serie di scambi popolari. Tuttavia, il progetto è ancora in fase di “lavoro in corso”, sebbene pubblichino sistematicamente rapporti settimanali.

E mentre alcune delle star agiscono con cautela quando pubblicizzano le criptovalute, altre si lanciano all-in e addirittura creano le proprie monete. Prendi, ad esempio, Ronaldihno e la sua  Soccer Coin . Il suo progetto è stato pensato per promuovere lo sviluppo del calcio in tutto il mondo e aiutare i paesi meno fortunati a mettersi alla prova sul campo. Ma qualcosa è andato storto e la vendita al pubblico è stata bloccata. Un’altra stella del calcio, James Rodriguez, ha deciso  di provare le criptovalute  e ha emesso la propria moneta per promuovere una società di criptovalute, l’app SelfSell.

Appassionati di sport e criptovalute

Un altro modo per costruire un ponte tra l’industria dello sport e le criptovalute è coinvolgere i fan. Un buon esempio è il   progetto Fan360 . È una community per gli appassionati di sport che consente loro di tenere il passo con i loro idoli e di essere ricompensati per la loro devozione con i token FAN. I fan possono in seguito scambiare FANS con denaro o preziosi premi legati allo sport come biglietti e merchandising.

Un progetto simile,  Fanchain , offre ai fan di ottenere token FANZ, che sono collegati alle loro squadre preferite. Il sistema FanPay consente loro di effettuare acquisti utilizzando FANZ su negozi online, app e persino bar sportivi che hanno già accettato di collaborare con il progetto.

L’ app. Stargraph offre ai suoi utenti l’eccitante opportunità di ottenere autografi personalizzati se prendono parte a eventi importanti come partite o gare.

Una delle più note piattaforme di gestione delle celebrità basate su blockchain,  TokenStars , offre agli sportivi, ai loro fan e agli inserzionisti l’interazione tra loro in un modo più produttivo. Il token TEAM verrà utilizzato per fornire incentivi ai fan e aiutare gli agenti a trovare talenti, nonché a scommettere, partecipare alle aste, ecc.

Oggetti da collezione crittografici (NFT)

Ricordi quando CrytoKitties è diventato un successo e tutti hanno iniziato a usare le figurine del baseball come esempio perfetto per spiegare gli oggetti da collezione crittografici? Bene, non abbiamo dovuto aspettare molto prima che apparisse qualcosa come le carte da baseball crittografiche, ed è così che  MLB Baseball ha  preso vita.

Non puoi utilizzare queste carte come mezzo di pagamento, tuttavia, puoi venderle e ritirarle, proprio come fai con quelle fisiche. Un piccolo gioco divertente per stimolare l’interesse ed educare gli appassionati di sport e introdurli a un sistema di gettoni.

E nel caso in cui non sei sicuro di dove conservare le tue carte e tutti gli altri oggetti da collezione crittografici, non preoccuparti più, perché è esattamente il motivo per cui abbiamo creato Lumi Collect. Un portafoglio crittografico che firma le transazioni crittografiche, ti consente di giocare a giochi blockchain e di conservare in modo sicuro i tuoi token non fungibili.

Per concludere

Le criptovalute e lo sport sembrano andare abbastanza d’accordo. Entrambi i settori hanno attirato molti fondi e sono guidati da persone molto entusiaste. Blockchain può fornire ad atleti, fan, sponsor e inserzionisti un nuovo modo senza interruzioni per lavorare e interagire tra loro. L’industria sportiva, a sua volta, può aprire l’accesso alla sua enorme comunità per progetti basati su blockchain. Dal crowdfunding ai premi in token, dalle promozioni delle celebrità agli oggetti da collezione in criptovalute: le possibilità di cooperazione sono infinite.

Fonte: https://blog.lumiwallet.com/crypto-and-sports/

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Metaverso la sfida del futuro

La trasformazione digitale che ha travolto il mondo durante la pandemia è stata come una Supernova. Tuttavia, al ritmo con cui la tecnologia si sta evolvendo per creare un mondo digitale futuristico, potremmo non dover aspettare decenni prima della prossima grande esplosione rivoluzionaria.

Il "Metaverso" sta già creando rumore, tanto più che Facebook ha deciso d'investire quest'anno $ 10 miliardi in questa divisione.
Ma cos'è il metaverso? Pensa a un mondo virtuale condiviso, una convergenza tra realtà fisica, aumentata e virtuale in cui gli utenti possono interagire tra loro in tempo reale in scenari che potrebbero essere infiniti. Alcuni potrebbero obiettare che abbiamo già avuto un buon assaggio del metaverso con i giochi multiplayer virtuali.

Inoltre, i titoli tecnologici e di gioco stanno già insistendo su questa tendenza per realizzare profitti, ad esempio sistemi di creazione di giochi come Roblox.
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La nuova frontiera dei videogiochi “play to earn”

Photo by RODNAE Productions on Pexels.com

Quando 2,5 miliardi di persone giocano ai videogiochi e l’industria del “gaming”nel suo insieme si prepara a valere 256,97 miliardi di dollari entro il 2025, qualcosa vorrà pur ben dire.

Sto parlando dei giochi blockchain play-to-earn nel Metaverso e di come i “giocare” potrebbe cambiare la nostra vita.
Guadagnare tanto denaro in questo modo non potrebbe essere più semplice ora di quando prendemmo in mano un joypad la prima volta. Il divertimento e l’eccitazione sono stati i catalizzatori per i giocatori pre-internet.

Gli MMO ( Massively Multiplayer Online), la connessione sempre più performante e un pubblico mondiale di giocatori che la pensano tutti allo stesso modo, hanno dato comunità all’industria e hanno dato il via a una rete globale di giocatori, poi con l’avvento del “mobile gaming” la demografia si è naturalmente ampliata.

La vita reale è il più delle volte una fusione sedentaria di routine. I videogiochi danno ai giocatori l’opportunità di vivere indirettamente una vita pericolosa ed eccitante; accendono la fantasia, suscitano curiosità, infondendo un sano senso di competizione e, ai tempi del Covid, un’alternativa alla noia.
Tutto bene, ma con il divertimento non si paga l’affitto. Un giocatore medio gioca otto ore e 27 minuti a settimana e non ne ricava quasi mai nulla. Qualsiasi denaro generato rimane quasi esclusivamente nelle mani delle società di videogiochi e, anche quando non lo fa, i mondi virtuali online condivisi hanno sempre avuto un mercato reale per gli oggetti digitali. Fortnite e Roblox hanno aggiunto alcuni zeri: non possiedi ciò che crei. Il gioco blockchain e il potente NFT hanno cambiato il panorama e piantato un seme nella mente dei giocatori: puoi giocare e guadagnare.

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Il Metaverso play-to-earn gaming e gli NFT

“Sono stato un giocatore per tutta la mia vita e il gioco mi sta molto a cuore. A un certo punto mi sono reso conto che tutti i miei risultati nei giochi andavano perduti perché i giochi diventavano vecchi o i server venivano chiusi”.

Witek Radomski

La proprietà verificabile e la capacità cross-chain e cross-game degli NFT e del Metaverso dei giochi stanno capovolgendo le asserzionidi Witek. Quando un viaggio finisce, ne inizia un altro, solo nel nuovo mondo del gioco per guadagnare e puoi portare con te i tuoi poteri, pozioni, armi, vestiti, avatar e veicoli.

Giochi per guadagnare

Attualmente il più grande prodotto sul protocollo Ethereum, è Axie infinity un gioco blockchain pay-to-earn leader al mondo. Da un DAU (utenti medi giornalieri) inferiore a 500 nell’estate del 2020, nell’estate NFT del 2021 è esploso a 300.000, alcuni dei quali guadagnano tra $ 500 e $ 1000 al mese allevando, allevando e combattendo animali domestici in un ‘sasso-forbici-carta’ come un duello. Non molto nelle costose strade di Londra, New York o Tokyo, ma più del salario medio mensile in tutti i paesi del mondo tranne 40.
Notoriamente, il 60% del pool di giocatori di Axie Infinity ha sede nelle Filippine, il 39° PIL mondiale. Lo stipendio medio nelle Filippine è di 953.000 dollari, il 25% guadagna meno di 600 dollari e nel Paese ci sono 7 milioni di disoccupati. Ci sono soldi che cambiano la vita con i giochi Play-to-earn? Dipende da dove vivi.

Acquisizione di terreni in Decentraland e Sandbox

Il Metaverso è un riflesso della vita reale? Se lo è, Decentraland è l’agente immobiliare e i prezzi sono alle stelle. Terreni digitali recentemente venduti per 913.00 dollari. A febbraio, il rivale di Metaverse, The Sandbox, ha venduto terreni per 2 milioni.

E poi dicono… È solo un gioco.

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Il giorno degli sciacalli

È meglio essere l’ultimo fra i leoni che il primo fra gli sciacalli.

Proverbio africano.

Che differenza ci passa tra lo sciacallo e l’essere umano; lo sciacallo è così di natura è il suo essere, l’essere umano no, ma nella sua natura “malleabile” quest’ultimo ha la facoltà di adattarsi alle più svariate situazioni sopravvivendo sempre a danni altrui.
Lo ha fatto con la natura, distruggendo il suo “habitat da sempre” alla ricerca di un maggiore profitto, lo sta facendo con tutta la fauna da sempre sua alleata e continua contro qualsiasi cosa cui viene a contatto, se ciò gli sbarra il cammino.

Ancora più subdolo è quello che perpetua verso i suoi “fratelli”(cosa che gli sciacalli non fanno)e non importa né il ceto, né il sesso, né il colore o la provenienza, mors tu vita mea è la sua parola d’ordine ed è in nome di questo credo che sta attuando forse il più grande genocidio/suicidio di massa che la storia ricorderà.

Quello che sta accadendo in questi giorni di allerta è solo il proseguo di un copione di successo più volte recitato, colui che al momento è il più forte si approfitta di coloro che sono più deboli, ma la cosa più atroce che può fare questo essere irriconoscente è il diffondere di false notizie, infondendo panico dove prima c’era una riservata paura, seminando il seme dell’odio dove c’era solo diffidenza.

Se gli sciacalli alla fine fanno quello che fanno è solo per sopravvivenza e a loro modo di vedere l’unico possibile.

Se la dimostrazione della superiorità dell’essere umano si misura con queste cose, l’umanità per come la conosciamo oggi ha due possibilità, o estinguersi senza lasciare traccia o evolversi, ma così stando le cose, vedo molto distante la seconda opzione.

Oltre il profitto: Un nuovo modello per il calcio e lo sport in Italia

“Il calcio, quello vero, nasce dalla passione prima ancora che dal pallone, dalle curve di uno stadio arroccato in mezzo a una città, dalle voci roche di chi lo ha tramandato di padre in figlio come un mestiere antico, non come un vezzo. Eppure oggi, a guardare le cronache di un pallone italiano sempre più simile a un fondo speculativo travestito da passione popolare, viene da chiedersi se non si sia smarrita, per strada, l’anima stessa del gioco. Ho voluto perciò guardarmi attorno, oltre i nostri confini, per capire se esista un modello uno solo capace di restituire al calcio la sua funzione più nobile: quella di bene comune. Il viaggio, lo confesso, mi ha sorpreso”.

Un bene sociale

Il modello calcistico contemporaneo, a lungo ancorato a logiche puramente finanziarie e speculative, sta affrontando una crisi di sostenibilità che impone un radicale cambio di modello. In questo scenario, emerge la necessità strategica di una ricalibrazione della “licenza sociale a operare”, trasformando il club da mera risorsa finanziaria a infrastruttura civica e bene sociale. Questo passaggio non rappresenta una posizione ideologica anti-business, bensì un investimento nella stabilità di lungo periodo: la capacità di generare valore per la comunità diventa il principale driver per mitigare i rischi e consolidare il posizionamento del brand nel tessuto urbano.

Mettere i valori davanti al profitto significa ridefinire il successo dell’impresa sportiva attraverso metriche di impatto territoriale e inclusione. In termini gestionali, ciò si traduce nell’adozione di modelli di proprietà partecipata, nel reinvestimento sistematico degli utili nelle infrastrutture locali e in politiche di sostenibilità radicale. In questa visione, il rendimento sociale e l’efficienza economica non sono in antitesi, ma convergono verso una forma superiore di resilienza istituzionale.

Classificazione dei nodelli alternativi: Casi studio internazionali

La diversità dei modelli di governance a livello globale dimostra che la sostenibilità può essere declinata attraverso percorsi differenti, adattando la struttura del club alla missione sociale e ambientale di riferimento.

ModelloEsempio ChiaveCaratteristica DistintivaObiettivo Primario
AmbientaleForest Green RoversCertificazione Carbon Neutral ONU e leadership circular economy.Neutralità climatica e innovazione ecologica radicale.
ComunitarioSt. Ambroeus FCProprietà collettiva dei soci e gestione orizzontale.Inclusione di soggetti marginalizzati e solidarietà civica.
Fan-ownedModello Tedesco (50+1) / UK SupportersI tifosi detengono quote di controllo o diritti di veto strategici.Democrazia interna e protezione dell’identità storica.
Responsabilità SocialeAS Roma / Linee guida UEFAIntegrazione delle strategie ESG e programmi di welfare territoriale.Impatto sociale e adozione di protocolli di economia circolare.


L’analisi di casi come il Forest Green Rovers evidenzia come la sostenibilità ambientale possa diventare un asset reputazionale globale, integrando trasporti sostenibili e gestione dei rifiuti in linea con le direttive UEFA sulla circolarità. Parallelamente, club come il St. Ambroeus FC dimostrano che una governance partecipativa aumenta drasticamente la fedeltà della base sociale, trasformando il tifoso in un co-creatore di valore.

Dal punto di vista della gestione del rischio, questi modelli favoriscono la resilienza economica. Una base di stakeholder altamente ingaggiata agisce come ammortizzatore naturale durante le fasi di declino delle prestazioni sportive; l’altissima fedeltà stabilizza i ricavi commerciali e da botteghino, riducendo la volatilità tipica dei modelli dipendenti esclusivamente dal risultato sul campo o da singoli investitori speculativi.

La replicabilità nel contesto italiano: Sfide e opportunità

L’Italia vanta un terreno culturale unico, dove il radicamento delle società dilettantistiche e la tradizione del calcio popolare offrono una base fertile per l’evoluzione partecipativa. Tuttavia, la scalabilità di questi modelli è ostacolata da una frammentazione normativa e da una fiscalità complessa. Nel settore professionistico, l’obbligo della forma di società di capitali impone una progettazione giuridica sofisticata per integrare la partecipazione senza violare i vincoli civilistici.

La “via italiana” verso la sostenibilità deve articolarsi su tre livelli applicativi distinti:

  1. Livello Dilettantistico: Consolidamento del modello di proprietà diffusa focalizzato sull’impatto di quartiere.
  2. Livello Semi-professionistico: Sviluppo di partnership strutturate con istituzioni scolastiche e reti associative locali.
  3. Livello Professionistico: Integrazione degli obiettivi sociali e ambientali all’interno del piano industriale, utilizzando strumenti come le categorie speciali di azioni o strumenti finanziari partecipativi.

Questa visione di “infrastruttura civica” deve necessariamente travalicare il calcio per abbracciare il basket, la pallavolo, il ciclismo, le arti marziali e persino gli spazi digitali di aggregazione, trasformando ogni entità sportiva in un pilastro della comunità locale.

Dalla teoria alla pratica

Il passo è quello più delicato. È facile guardare a Forest Green Rovers o al modello tedesco del 50+1 con l’ammirazione un po’ distante che si riserva agli esempi lontani, geograficamente e culturalmente. Ben altra cosa è chiedersi se questi principi possano attecchire nel nostro cortile di casa, in due club che condividono lo stesso mare, lo stesso stadio, la stessa città divisa a metà da una fede calcistica viscerale.

Genoa e Sampdoria offrono, in questo senso, un laboratorio quasi perfetto: due squadre, due storie, due condizioni di partenza radicalmente diverse, eppure entrambe chiamate a rispondere alla stessa domanda di fondo. Come si concilia l’identità storica con la sostenibilità economica? Come si trasforma un tifoso da spettatore a stakeholder, senza per questo compromettere la competitività sportiva? Vediamo, caso per caso, quali condizioni renderebbero possibile questa evoluzione.


Case study 1: Genoa – Il modello dell’evoluzione identitaria

Per il Genoa, l’adozione di un modello partecipativo rappresenta l’evoluzione naturale di un’identità storica viscerale. Più che una rifondazione, si tratta di dare “voce” a una base sociale già esistente e consapevole.

Condizioni necessarie per l’attuazione:

  • Apertura proprietaria: Disponibilità della proprietà attuale a cedere quote di consultazione (voice) o partecipazione a un trust di tifosi, mantenendo la stabilità del capitale.
  • Ingegneria giuridica: Utilizzo di categorie speciali di azioni che garantiscano diritti amministrativi specifici sui temi identitari (colori, logo, sede) all’interno della società di capitali.
  • Infrastruttura e erbanistica: Coinvolgimento attivo dei tifosi nel progetto stadio e nella mobilità sostenibile, non solo come fruitori ma come partner di consultazione sociale per ottenere il buy-in della città.
  • Consapevolezza strategica: Necessità di una massa critica di sostenitori capaci di esprimere competenze professionali, trasformando l’appartenenza in contributo strategico.

Il sacrificio richiesto: Il club deve rinunciare al dogma del controllo oligarchico e assoluto. Ciò implica un rallentamento dei processi decisionali a favore della trasparenza e l’accettazione che il club non è un bene privato esclusivo, bensì un patrimonio collettivo gestito professionalmente.

Case study 2: Sampdoria – Il Modello della rifondazione e fiducia

Per la Sampdoria, la partecipazione è lo strumento essenziale per la ricostruzione. Qui il tema non è solo la voce, ma la generazione di fiducia reciproca per ristabilire un patto sociale e finanziario interrotto.

Condizioni operative prioritarie:

  • Stabilizzazione finanziaria preliminare: La partecipazione dei tifosi non può essere intesa come sostituto del capitale necessario al risanamento. La stabilità economica è la condicio sine qua non per evitare che la governance partecipata diventi un mero esercizio emotivo o “decorativo”.
  • Modello ibrido non ideologico: Una struttura mista dove il capitale professionale gestisce l’area tecnica e finanziaria, mentre gli organi consultivi dei tifosi garantiscono il rispetto del patto di missione sociale.
  • Governance interna ferrea: Definizione di regole d’ingaggio rigorose per prevenire la frammentazione decisionale e assicurare che la partecipazione apporti valore e non paralisi.

Il sacrificio richiesto: La proprietà deve rinunciare a una gestione finanziaria puramente speculativa e accentrata. Il rendimento atteso deve spostarsi dal profitto finanziario immediato a un ritorno di tipo relazionale e civico. Si richiede l’abbandono di promesse elettorali basate sul calciomercato a favore di una crescita organica e trasparente dei conti.

Valutazione pratica: La via ibrida

La fattibilità di questi modelli in Italia risiede nella Soluzione Ibrida: una sintesi pragmatica tra capitale professionale, management specializzato e una quota reale di partecipazione degli stakeholder. Questa architettura garantisce che il club rimanga competitivo nel mercato globale pur restando ancorato ai propri valori fondanti.

Checklist di Autovalutazione

Un progetto sportivo è autenticamente orientato ai valori se risponde positivamente a questi parametri:

  • Governance: Esistono meccanismi formali di consultazione o partecipazione della base sociale?
  • Reinvestimento: Gli utili sono prioritariamente destinati allo sviluppo del settore giovanile e delle infrastrutture territoriali?
  • Radicamento: Il club opera quotidianamente come attore sociale nel territorio attraverso progetti misurabili?
  • Trasparenza e Monitoraggio: Il club rendiconta il proprio impatto ambientale (emissioni) e sociale (inclusività) secondo indicatori oggettivi (es. KPI UEFA)?
  • Visione Temporale: Esiste un piano decennale che trascenda i cicli di mercato o la singola proprietà?

Il futuro dello sport risiede nel coraggio di accettare un compromesso necessario: rinunciare a una parte del potere decisionale assoluto in cambio di una stabilità duratura, una reputazione inattaccabile e una rilevanza sociale che il solo profitto non potrà mai garantire.

Il cambiamento non arriva mai dall’alto: arriva quando una comunità decide di non essere più solo pubblico, ma parte in causa. Se credi che il calcio meriti un futuro diverso da quello scritto nei soli bilanci, condividi questo articolo, discutine nei tuoi gruppi, portalo allo stadio la prossima domenica. La rivoluzione dei modelli sostenibili si scrive anche nei commenti, nelle assemblee di quartiere, nelle scelte di chi il pallone lo vive ogni giorno. Tocca a noi.

La deriva della politica italiana


Quando si smette di convincere e si comincia a incendiare

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

Dante Alighieri!



Quello che stiamo assistendo oggi nelle piazze e sulle principali piattaforme di comunicazione digitale, è una trasformazione radicale e preoccupante del dibattito pubblico, caratterizzato da una progressiva militarizzazione del linguaggio politico. I leader dei principali schieramenti e i loro team di comunicazione stanno progressivamente sostituendo il confronto programmatico con una strategia sistematica di polarizzazione identitaria. Questo fenomeno, particolarmente evidente nelle recenti tensioni elettorali a Genova e nella proliferazione di video propagandistici online, ridefinisce i confini della cittadinanza attiva nel 2026. Comprendere questa deriva è essenziale per i cittadini, poiché l’inaridimento del dialogo costruttivo compromette la capacità delle istituzioni di affrontare le complesse sfide economiche e sociali del Paese.

La grammatica dello scontro: l’avversario come nemico assoluto

La dialettica pubblica contemporanea mostra i sintomi di una crisi profonda, in cui la polemica ha smesso di essere uno strumento fisiologico di democrazia per trasformarsi in uno spettacolo di pura contrapposizione. Questa dinamica emerge con chiarezza in due contesti speculari della cronaca recente. Da un lato, il territorio ligure e la città di Genova sono divenuti il teatro di una retorica militante che evoca apertamente lo scontro frontale, descrivendo l’attività politica in termini di “caccia al nemico”. Dall’altro lato, i canali social ospitano produzioni video curate nei minimi dettagli in cui l’avversario politico viene esibito alla stregua di un ostacolo da sacrificare nell’arena pubblica. Sebbene cambino i colori politici e i simboli di appartenenza, la grammatica di fondo rimane identica: l’interlocutore non è più un soggetto con cui misurarsi, bensì un bersaglio da delegittimare, schiacciare e isolare dal consorzio civile, se non da eliminare.

Dalla proposta all’algoritmo: la militarizzazione della comunicazione

Questa mutazione linguistica trova il suo terreno ideale di coltura nella struttura stessa delle piattaforme digitali. La proposta strutturata e l’approfondimento dei dossier cedono sistematicamente il passo alla provocazione calcolata, guidata dalle logiche di massimizzazione dell’ingaggio degli algoritmi social. La stabilità del consenso politico si misura oggi sulla capacità di generare reazioni emotive istantanee, come rabbia o indignazione, poiché i messaggi estremi ottengono una diffusione infinitamente superiore rispetto alle analisi ponderate. Di conseguenza, l’attenzione del pubblico è diventata la valuta più preziosa del mercato politico, un obiettivo da raggiungere anche a costo di sacrificare la coerenza ideale e la verità dei fatti.

L’eredità del modello Trump e la semplificazione del dibattito

La strategia in atto rappresenta l’applicazione rigorosa di tecniche di marketing politico ampiamente collaudate a livello internazionale, con particolare riferimento alla dottrina elettorale statunitense degli ultimi dieci anni. Gli spin doctor dei partiti italiani replicano in modo quasi scolastico i pilastri della comunicazione di Donald Trump: polarizzare l’elettorato su base tribale, semplificare i problemi sistemici riducendoli a slogan binari e richiedere ai propri sostenitori un’attestazione di fedeltà assoluta che esclude a priori qualsiasi forma di compromesso. L’efficacia elettorale di questo approccio nel breve termine è innegabile, ma il prezzo da pagare nel lungo periodo è l’estremo impoverimento dello spazio di discussione pubblica e la creazione di una cittadinanza permanentemente divisa.

Il crollo della grammatica comune: il confronto con gli anni Settanta

Per comprendere la gravità dello scenario presente, risulta utile operare un parallelismo storico con gli anni Settanta del Novecento, evitando tuttavia letture nostalgiche o edulcorate. In quel decennio la conflittualità sociale e politica in Italia era profonda, tragica e talvolta esasperata da derive violente. Nonostante la durezza dello scontro ideologico, le forze politiche mantenevano intatta una grammatica istituzionale comune, riconoscendosi reciprocamente la legittimità di esistere all’interno dello stesso perimetro democratico. Le tribune politiche televisive e i dibattiti parlamentari dell’epoca costituivano arene di confronto severo ma dialettico. Oggi, quella base di riconoscimento reciproco appare polverizzata, sostituita da un rumore di fondo che cancella ogni forma di argomentazione razionale.

Le conseguenze sulla salute democratica: il cittadino ridotto a tifoso

La trasformazione della politica in uno stato di belligeranza permanente produce effetti deleteri sulla qualità stessa della nostra democrazia. Nel momento in cui i partiti rinunciano a educare i cittadini alla complessità delle scelte pubbliche, l’intera struttura sociale si indebolisce. La ricerca del consenso non avviene più attraverso la presentazione di un progetto di futuro credibile, bensì facendo leva sulle paure collettive e sul risentimento sociale. Questo meccanismo riduce il cittadino consapevole a mero tifoso di una fazione, spingendolo a valutare l’azione di governo non per i risultati concreti ottenuti, ma per la durezza dei colpi inferti agli avversari. Una democrazia matura ha il dovere di contenere il conflitto fisiologico entro regole condivise e parole responsabili, rifiutando l’idea che la gestione dello Stato sia una guerra a bassa intensità.

Una riflessione finale

Il superamento di questa deriva richiede una profonda discontinuità culturale prima ancora che un riassetto dei partiti. Risulta urgente ristabilire una netta distinzione tra la fermezza delle proprie convinzioni e la brutalità dell’esposizione verbale, tra la rivendicazione della propria identità e la deriva verso il fanatismo ideologico. Se la classe politica continuerà a considerare la rabbia dei cittadini come l’unico carburante per la propria sopravvivenza, il Paese intero andrà incontro a un progressivo declino civile, caratterizzato da diffidenza reciproca e incapacità di pianificare il proprio futuro. La ricostruzione di uno spazio pubblico comune è il primo, indispensabile passo per restituire dignità alle istituzioni e speranza alle nuove generazioni.

La lezione della “Grande carota”

Perché la semplificazione estrema è la vera chiave per dominare l’attenzione


Nel marketing, nella politica e nella vita di tutti i giorni, siamo costantemente sommersi da flussi ininterrotti di informazioni.e in questo rumore di fondo, chi riesce a farsi ascoltare? La risposta non risiede nella complessità dei contenuti, ma nella straordinaria forza della sintesi.


Il lead: la regola degli 0,8 secondi


In questo panorama digitale dominato da scorrimenti infiniti e notifiche istantanee, la soglia di attenzione media dell’utente si è ridotta a una frazione di secondo. Oggi, comunicatori e brand globali si trovano a combattere una vera e propria guerra psicologica in cui il verdetto del lettore si consuma in appena 0,8 secondi: fermarsi o continuare a scrollare. In questa arena spietata,il presidente statunitense Donald Trump si conferma uno dei massimi esperti della “comunicazione d’impatto”. Attraverso una narrazione visiva e verbale polarizzante, la sua strategia dimostra perché ridurre concetti geopolitici complessi a formule elementari sia oggi una delle armi di marketing politico più devastanti ed efficaci del nostro secolo.

Il tabellone da gioco: la geopolitica formato “Risiko”

Guardando il file Trump_e_la_mappa_mondiale.png, l’analogia balza subito all’occhio: la complessa rete delle relazioni internazionali viene tradotta visivamente nelle dinamiche di una partita a Risiko. Da un lato c’è il “Noi” (WE), colorato in un rassicurante giallo dorato che copre il Nord America e presidiato da soldatini verdi sotto la bandiera a stelle e strisce. Dall’altro lato, l’intero resto del pianeta (dal Sud America all’Europa, dall’Africa all’Asia) viene marchiato con un’unica etichetta nera e perentoria: ENEMY (Nemico).

Non ci sono sfumature di grigio, non ci sono trattati bilaterali o sottili alleanze diplomatiche da decifrare. Questa mappa è la quintessenza della comunicazione di pancia. Il cervello umano elabora le immagini migliaia di volte più velocemente dei testi; di fronte a una grafica del genere, il messaggio politico viene recepito, metabolizzato e memorizzato istantaneamente. È la geopolitica ridotta a uno scontro elementare tra bene e male, tra interno ed esterno.

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|                       L'ATTENZIONE IN 0,8 SECONDI                 |
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|   Pancia   -->  Chiarezza  -->  Impatto  -->  Semplice  -->  Efficace   |
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Dietro le quinte della strategia: pancia, impatto e memorabilità

Perché questo approccio funziona in modo così viscerale?

Perché rinuncia all’approvazione degli accademici: Trump non parla per ottenere il plauso degli analisti geopolitici o dei corridoi di Bruxelles. Il suo target è la “sua” gente. Per raggiungerla, scavalca i filtri della logica accademica e punta dritto all’emotività. Perché c’è la rimozione del carico cognitivo: In un mondo stanco di tecnicismi e “politichese”, offrire una spiegazione preconfezionata, binaria e immediata solleva l’utente dallo sforzo di interpretare la complessità. C’è differenza tra semplificare e banalizzare: Spesso si confonde la semplificazione con la superficialità. In realtà, asciugare un messaggio fino a renderlo tagliente come una lama richiede una profonda comprensione del proprio target e degli obiettivi di posizionamento. La semplificazione non è un limite intellettuale, ma una precisa scelta strategica.

Le implicazioni per il business e il personal branding

La lezione della “Grande carota” non si applica solo alla politica di Washington, ma investe direttamente il modo in cui promuoviamo le nostre aziende, i nostri servizi o noi stessi sui canali digitali.

Se continuiamo a descrivere i nostri progetti con fiumi di parole, tabelle incomprensibili e presentazioni infinite (i famigerati “libri bianchi”), siamo destinati a diventare invisibili. Chi non sa sintetizzare si auto-esclude dalla conversazione pubblica. Per catturare l’attenzione del cliente ideale dobbiamo imparare l’arte della sottrazione: togliere tutto ciò che è superfluo per far risplendere l’essenziale.

Saper comunicare oggi significa saper tagliare il rumore di fondo. La mappa di Trump ci mostra come un’idea, seppur controversa o estrema, diventi memorabile quando è tradotta in un linguaggio visivo e testuale immediato. La semplificazione non è banalizzazione: è l’unica strategia di sopravvivenza nell’era del sovraccarico informativo.

La vera domanda per professionisti, imprenditori e creatori di contenuti rimane quindi una sola: Stai ancora parlando come un polveroso libro bianco o hai finalmente iniziato a comunicare per vincere la sfida dell’attenzione?

Cosa ne pensi di questo approccio estremo alla comunicazione? Pensi che la polarizzazione visiva sia l’unica strada percorribile oggi sui social o credi che ci sia ancora spazio per la complessità e l’approfondimento?

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Il 4 luglio degli Stati Uniti, da Kennedy a Trump

Come cambia il linguaggio del potere nella festa nazionale più simbolica d’America

C’è un filo rosso che unisce i discorsi presidenziali del 4 luglio da John F. Kennedy a Donald Trump: raccontare l’America a se stessa. Ma lungo questo filo si vede anche una trasformazione profonda, quasi una mutazione genetica della comunicazione politica americana: da linguaggio civico e istituzionale a linguaggio identitario, emotivo e spesso conflittuale.

Nel mezzo di questa traiettoria non cambia soltanto il tono dei presidenti. Cambia il pubblico immaginato, cambia il nemico, cambia il modo in cui la nazione viene definita, e cambia perfino l’idea di cosa debba fare un presidente quando prende la parola nel giorno dell’Indipendenza.

Kennedy e l’America come progetto

Con Kennedy il 4 luglio non è solo celebrazione: è riflessione politica. Nel discorso di Independence Hall del 1962, il presidente parla di responsabilità, di istituzioni, di equilibrio tra libertà e ordine, e soprattutto di una nazione che non deve limitarsi a commemorare la propria nascita, ma rinnovare continuamente il proprio patto democratico.

La sua voce è quella di un leader che vuole persuadere, non solo accendere. La sintassi è ampia, costruita, quasi scolpita. L’argomentazione procede per accumulo, con un lessico che richiama dovere, sacrificio, interdipendenza, Costituzione. Kennedy si rivolge certamente agli americani, ma parla anche all’Occidente: il suo 4 luglio è già un discorso geopolitico, non soltanto patriottico.

In Kennedy, l’America è un progetto incompiuto, da custodire e difendere. Il nemico non è il vicino politico o il giornalista critico, ma la fragilità stessa della democrazia se smette di pensarsi come bene comune.

Reagan e la festa della nazione

Con Reagan la comunicazione cambia registro. Il 4 luglio diventa più emozionale, più accessibile, più televisivo. La retorica presidenziale si fa calda, narrativo-familiare, costruita attorno a immagini semplici e riconoscibili: libertà, orgoglio nazionale, memoria condivisa, famiglia, bandiera, speranza.

Reagan parla a un pubblico più ampio e meno selezionato sul piano intellettuale. Il suo messaggio non chiede di essere decifrato, ma accolto. La sintassi si accorcia, la pressione argomentativa diminuisce, il ritmo diventa più orale. È una trasformazione decisiva: il presidente non è più soltanto il custode della Costituzione, ma anche il regista di un’emozione collettiva.

Qui l’America è già meno “problema” e più “mito”. La festa nazionale viene raccontata come conferma di una missione storica, non come occasione di autocritica. È un passaggio importante: il 4 luglio comincia a somigliare sempre più a un rito di consolidamento identitario.

Biden e il rito dell’unità

Con Biden il 4 luglio torna a essere soprattutto un momento di comunità e celebrazione istituzionale. Il tono è inclusivo, il linguaggio è prudente, l’accento cade su democrazia, servizio, gratitudine, forze armate, famiglie, continuità nazionale.

Non c’è la densità concettuale di Kennedy né la spinta iconica di Reagan. C’è piuttosto la volontà di ricucire. Il presidente parla a una nazione stanca, polarizzata, spesso diffidente verso se stessa. Il 4 luglio diventa allora un momento di tregua simbolica, in cui la Casa Bianca prova a ricordare un lessico condiviso.

Il destinatario non è il nemico da sconfiggere, ma il cittadino da rassicurare. È un discorso che cerca coesione più che mobilitazione. E proprio per questo mostra anche il limite di una fase politica in cui l’unità viene evocata spesso perché è diventata difficile da praticare.

Trump e il comizio permanente

Con Trump la svolta è netta. Il 4 luglio non è più soltanto una cerimonia: è una piattaforma di scontro. Il presidente usa il giorno dell’Indipendenza per ribadire vittorie, denunciare minacce, attaccare avversari, compattare la propria base e riaffermare un’idea di America fondata su forza, confini, ordine, rivincita.

Il suo linguaggio è molto meno istituzionale e molto più performativo. I periodi si accorciano, il ritmo si spezza, la sintassi tende alla ripetizione e allo slogan. Il tono è assertivo, spesso belligerante, con una forte dose di auto celebrazione. Il nemico, di volta in volta, può essere interno o esterno: i democratici, la stampa, l’establishment, il comunismo, l’Iran, l’immigrazione irregolare, la “debolezza” di chi governa.

Qui si vede il punto più importante: Trump non parla al Paese intero, almeno non in primo luogo. Parla a una parte del Paese, quella che deve sentirsi finalmente rappresentata contro un’altra parte percepita come ostile. Il 4 luglio diventa così un atto di appartenenza politica prima ancora che nazionale.

La grande mutazione

Se si guarda alla traiettoria complessiva, il cambiamento è evidente. Kennedy usa il 4 luglio per elevare il discorso pubblico. Reagan lo usa per rafforzare una narrazione patriottica condivisa. Biden cerca di restituirgli una funzione di cucitura. Trump lo trasforma in un dispositivo di polarizzazione.

La metamorfosi non è solo stilistica. È democratica. Negli anni Sessanta il presidente si rivolgeva a una cittadinanza da formare, negli anni Ottanta a una nazione da confortare, oggi sempre più spesso a un pubblico da dividere e mobilitare.

Ed è qui che il 4 luglio diventa uno specchio prezioso degli Stati Uniti: da repubblica che spiega se stessa a potenza che mette in scena la propria spaccatura. Kennedy cercava il consenso sul significato dell’America. Trump cerca il consenso sull’idea che l’America sia sotto assedio.

Il pubblico vero

Alla fine, la domanda decisiva non è solo “cosa dicono i presidenti?”, ma “a chi parlano davvero?”. Kennedy parla al cittadino e al mondo. Reagan alla maggioranza silenziosa e alla famiglia americana. Biden alla comunità civile. Trump alla tribù politica.

Dentro questa trasformazione c’è molto della storia americana recente: la centralità della televisione, l’ascesa dei media digitali, la frammentazione dell’opinione pubblica, la spettacolarizzazione del conflitto. Ma c’è anche qualcosa di più profondo: la difficoltà degli Stati Uniti contemporanei nel riconoscersi in una narrazione comune.

Per questo il 4 luglio, più che una semplice festa, è diventato un test di tenuta nazionale. E i discorsi presidenziali, da Kennedy a Trump, sono la traccia più nitida di come l’America abbia cambiato il modo di parlare di sé.

Cosa ne pensi? Partecipa al dibattito

La trasformazione della retorica politica non è un fenomeno esclusivamente americano: dinamiche simili si osservano ormai in quasi tutte le democrazie occidentali, dove il linguaggio del conflitto sembra aver sostituito quello del confronto istituzionale.

Esprimi la tua opinione: Credi che sia ancora possibile, nell’era dei social media, costruire una narrazione nazionale condivisa e unificante? O siamo destinati a una politica fatta solo di “tribù” contrapposte? Scrivilo nei commenti qui sotto.

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Approfondisci: Se vuoi saperne di più sull’evoluzione della comunicazione politica contemporanea, ti consigliamo di leggere la nostra sezione dedicata alle analisi geopolitiche e mediali.

Citizen Vigilante e la nascita delle startup dell’odio

La pellicola di Uwe Boll con Armie Hammer, respinta dalle autorità tedesche e rilanciata da Elon Musk su X, apre una nuova e inquietante frontiera nel rapporto tra propaganda, streaming alternativo e regolamentazione europea.

Nel 2026, il regista tedesco Uwe Boll e l’attore Armie Hammer si trovano al centro di un terremoto culturale ed editoriale senza precedenti con il film Citizen Vigilante. La pellicola, incentrata sulla figura di un cittadino che si trasforma in un giustiziere anti-immigrati amplificato dai social media, è stata recentemente messa al bando in Germania con l’accusa di incitamento all’odio e alla violenza. Tuttavia, il caso è esploso a livello globale quando Elon Musk ha deciso di rilanciarlo personalmente sulla sua piattaforma X. Questo evento ha trasformato un film d’azione problematico in un cruciale caso politico e sociologico, che mette a nudo la fragilità dei sistemi democratici di fronte alla polarizzazione algoritmica e alla nascita di un “mainstream alternativo” esente da censura.
Dal trauma personale al brand politico: l’evoluzione del “Giustiziere”.

“Il messaggio più pericoloso per le nuove generazioni non è la violenza visiva, ma l’idea che, se lo Stato fallisce, la vendetta privata sia un’alternativa accettabile.”

Per comprendere la reale portata di Citizen Vigilante, è utile fare un salto indietro di oltre cinquant’anni. Nel 1974, Il giustiziere della notte (Death Wish) con Charles Bronson raccontava la discesa nel vuoto di Paul Kersey, un uomo comune che rispondeva con la forza al collasso della sicurezza nella New York dell’epoca. C’era della violenza, certo, ma restava confinata a una dimensione di trauma personale, intima e intrinsecamente ambigua.

Sanders, il protagonista di Citizen Vigilante interpretato da Armie Hammer, si muove in uno scenario radicalmente diverso. Non è solo un uomo ferito; è un influencer della violenza. Sanders agisce in un contesto dominato dalla polarizzazione politica, dove la criminalità viene programmaticamente etichettata e associata ai flussi migratori.

La sua non è una vendetta privata, ma una crociata identitaria pianificata per essere spettacolarizzata sui social, trasformando il protagonista in un vero e proprio “brand della giustizia fai-da-te”. Sul piano psicologico, il film sfrutta e capitalizza la classica “fantasia di controllo” di chi si sente impotente di fronte alle crisi globali, ma lo fa deumanizzando l’avversario e proponendo una rigida divisione “noi contro loro”.

L’effetto Musk e il business della provocazione

La vera svolta del caso Citizen Vigilante non è avvenuta nelle sale cinematografiche, ma negli uffici di San Francisco e sui server di X. L’intervento di Elon Musk ha innescato il classico effetto Streisand: il tentativo di limitare o bloccare la pellicola in Germania ha finito per moltiplicarne la visibilità globale, trasformando il divieto in un formidabile bollino di “autenticità”.

Si sta delineando un modello di business inedito e lucroso: il “controversy-first”. Piattaforme che si autoproclamano “anti-censura” (come X o Telegram, ma anche ecosistemi decentralizzati come Nostr e il Fediverso) non si limitano più a ospitare la discussione, ma rischiano di diventare i canali di distribuzione privilegiati per opere bandite altrove. In questo modo, l’etichetta di “vietato” non segnala più un contenuto socialmente pericoloso, ma viene venduta come prova di coraggio editoriale contro il “politicamente corretto”.

Il rischio concreto è la normalizzazione di un mainstream parallelo: una bolla informativa e culturale impermeabile alla critica, in cui la disintermediazione è totale, l’accountability è assente e la viralità viene monetizzata attraverso la rabbia e l’indignazione collettiva.

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|               IL PARADOSSO DELLE PIATTAFORME                    |
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| VANTAGGI                           | RISCHI                     |
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| - Resistenza alla censura politica | - Mancanza di moderazione  |
| - Spazio per voci fuori dal coro   | - Diffusione di hate speech|
| - Resilienza delle reti (P2P)      | - Polarizzazione estrema   |
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La reazione dell’Europa: tra sanzioni e VPN

Di fronte a questa escalation, l’Europa non è rimasta a guardare, ma la sfida è complessa. Attraverso strumenti normativi avanzati come il Digital Services Act (DSA), Bruxelles ha il potere di imporre severe sanzioni finanziarie, richiedere audit indipendenti sugli algoritmi e pretendere la rimozione rapida di contenuti illegali o che incitano all’odio.

Tuttavia, quando lo scontro si sposta sul piano tecnologico, emerge un paradosso insidioso. Se l’Unione Europea dovesse imporre restrizioni severe o blocchi d’accesso a piattaforme non collaborative, una parte significativa di utenti aggirerebbe l’ostacolo utilizzando VPN (Virtual Private Network) o canali decentralizzati. Questo meccanismo rischia di rendere il contenuto ancora più appetibile ed esclusivo (“il film che l’Europa non vuole farti vedere”).

Ciononostante, i regolatori europei sottolineano che l’azione legale e il blocco, pur non potendo azzerare la circolazione di un video, ne riducono drasticamente la diffusione di massa, privando l’operazione commerciale della sua linfa vitale: l’accesso incontrollato al grande pubblico.

La vera battaglia si gioca sul contesto

Citizen Vigilante dimostra che il confine tra arte, propaganda politica e ingegneria algoritmica è ormai svanito. Il pericolo reale non risiede nella semplice esistenza di film controversi, ma nella capacità delle piattaforme globali di trasformare la propaganda identitaria in intrattenimento virale e redditizio.

La soluzione a questa deriva non può essere solo una rincorsa al divieto o alla censura, che spesso finisce per alimentare il vittimismo dei promotori. La vera sfida del futuro risiede nell’educazione ai media (la cosiddetta media literacy), nella trasparenza degli algoritmi di raccomandazione e nella capacità delle istituzioni democratiche di disinnescare la polarizzazione, rendendo i messaggi d’odio semplicemente meno remunerativi.

E ora, la parola a voi!

Cosa ne pensate di questo delicato equilibrio tra libertà d’espressione e responsabilità pubblica?

Approfondisci: Vuoi saperne di più sul Digital Services Act e su come l’Europa regola i giganti del web? Clicca qui per leggere la nostra guida completa sul DSA della Commissione Europea.

Esprimi la tua opinione: Credi che l’Unione Europea debba applicare il pugno di ferro con piattaforme come X e Telegram, o il rischio di una deriva censoria è troppo alto? Scrivilo nei commenti qui sotto.

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Dal meme a l’inno

Come un brano scala su TikTok

È sera, sei steso sul divano e scorri distrattamente il feed di TikTok. Tra un video di gattini e una ricetta veloce, vieni catturato da un ritmo elettronico martellante, incredibilmente orecchiabile. Sopra quella base, una voce sintetica ma stranamente espressiva canta un testo “che ricorda qualcosa”, intriso di una sottile nostalgia politica o di slogan assurdi. Sorridi, lo trovi bizzarro, forse persino divertente nella sua estetica “trash”. Il giorno dopo, mentre prepari il caffè, ti ritrovi a canticchiare quel motivetto senza nemmeno rendertene conto.

Negli ultimi due anni, questa scena si è ripetuta milioni di volte sugli schermi di giovani e adulti in tutta Europa. Brani-meme generati con intelligenze artificiali musicali come il noto caso di “Everybody Viva el Duche” o le tracce legate alla retorica della “remigrazione”, sono usciti dalle nicchie più estreme del web per scalare le classifiche virali di Spotify e TikTok. Ma cosa succede nella nostra mente quando un messaggio d’odio o di propaganda si traveste da canzoncina pop di quindici secondi? Perché le nostre difese cognitive sembrano crollare di fronte a un loop musicale?

La genesi del loop: quando l’estremismo diventa “pop”

Il fenomeno delle “nano-canzoni” rappresenta una rivoluzione tanto tecnica quanto psicologica. Fino a poco tempo fa, comporre un inno politico o una canzone di protesta richiedeva studi di registrazione, budget, musicisti e, soprattutto, una faccia da metterci. Oggi, tool di intelligenza artificiale generativa democratizzano la produzione musicale: chiunque, in pochi minuti e a costo zero, può inserire un prompt testuale e ottenere un pezzo rifinito, dotato di strofa, ritornello e una voce clone estremamente realistica.

Prendiamo allora la storia tipica di un adolescente qualunque, chiamiamolo Teo. Teo non ha particolari simpatie estremiste, ma adora l’ironia “edgy” e dissacrante che popola i canali Telegram e i server Discord che frequenta. Quando si imbatte in un brano generato dall’IA che ironizza su simboli storici estremisti con un ritmo dance accattivante, non lo percepisce come un manifesto politico. Per lui è un “meme”, un oggetto ludico. Decide così di usarlo come sottofondo per il video del suo ultimo record a un videogioco.

Senza saperlo, Teo è diventato un nodo attivo di una gigantesca rete di distribuzione del consenso. Quel brano, inizialmente confinato in una subcultura digitale, inizia a circolare in modo organico. L’algoritmo di TikTok rileva che gli utenti non saltano il video (perché la musica è “catchy”) e comincia a proporlo a un pubblico sempre più vasto. In poche settimane, l’audio viene riutilizzato in oltre migliaia di video: balletti, sketch comici, sfide di lip-sync. La normalizzazione ha avuto inizio.

La cyberpsicologia del meme musicale: perché ci caschiamo?

Per comprendere l’efficacia di questo fenomeno, dobbiamo guardare sotto la superficie del nostro comportamento online, esplorando tre dinamiche psicologiche fondamentali:

L’ironia come cavallo di Troia cognitivo

In psicologia sociale, sappiamo che l’umorismo ha il potere straordinario di abbassare la nostra vigilanza critica. Quando ci troviamo di fronte a un messaggio politico esplicito, la nostra mente attiva una modalità di “valutazione del rischio”: analizziamo le fonti, cerchiamo di capire se siamo d’accordo o meno. Se lo stesso messaggio ci viene presentato sotto forma di parodia o “scherzo”, la nostra guardia si abbassa. Etichettare un contenuto come “esperimento”, “arte” o “scherzo fatto da un’IA” ci permette di tollerare e persino consumare simboli violenti o nostalgici, derubricandoli a intrattenimento innocuo. È l’alibi perfetto.

La diluizione della responsabilità emotiva

Chi ha scritto quella canzone? Chi l’ha cantata? La risposta è: nessuno, o meglio, una macchina. L’uso di voci sintetiche e la natura decentralizzata della generazione tramite IA creano una “dissociazione della responsabilità”. L’utente che condivide il brano non si sente complice di un messaggio d’odio perché “l’ha fatto l’algoritmo”. Questo senso di distacco riduce l’ansia sociale legata alla condivisione di temi controversi che, se firmati da un autore in carne e ossa, verrebbero immediatamente censurati o stigmatizzati.

Il bisogno di appartenenza e la validazione algoritmica

Gli esseri umani sono guidati dal profondo bisogno di essere visti e accettati dal proprio gruppo dei pari. Nei contesti digitali, questo bisogno si traduce nella caccia ai feedback: like, visualizzazioni, condivisioni. Partecipare a un trend virale utilizzando un audio popolare è la via più rapida per ricevere gratificazione dall’algoritmo. L’effetto branco si autoalimenta: vedo che altri usano quell’audio, vedo che ottengono attenzioni, lo uso anche io per sentirmi parte della corrente dominante, rinforzando la mia identità digitale a scapito di un’analisi critica del contenuto.

Le conseguenze invisibili: dalla satira alla radicalizzazione “soft”

Se il meccanismo di diffusione si basa sulla leggerezza, le conseguenze culturali e sociali sono invece estremamente concrete. Il pericolo più grande non è la conversione improvvisa di migliaia di giovani a ideologie estremiste, bensì la radicalizzazione soft: un lento, impercettibile scivolamento in cui la gravità di determinati simboli viene erosa dalla ripetizione costante.

Quando un inno nostalgico o un messaggio discriminatorio diventa il sottofondo di un balletto simpatico o di un meme virale, quel simbolo smette di fare paura, smette di essere associato alla violenza storica e diventa un “brand” pop come un altro. Si crea uno scollamento tra il significante (la canzone divertente) e il significato (l’orrore storico o l’esclusione sociale).

Inoltre, i tentativi di moderazione da parte delle piattaforme spesso producono il cosiddetto effetto censura-rebound (o effetto Streisand). Quando un brano come “Everybody Viva el Duche” viene rimosso da Spotify o TikTok, le comunità più radicali (spesso attive su canali crittografati come Telegram o Discord) gridano alla censura del “pensiero libero”. Il pezzo si trasforma in un contenuto proibito, aumentando a dismisura la sua desiderabilità psicologica e spingendo gli utenti a creare varianti, storpiature testuali e remix pur di eludere i filtri automatici.

Come possiamo riprendere il controllo?

Affrontare questa nuova ondata di propaganda invisibile richiede un cambio di marcia che vada oltre la semplice cancellazione dei contenuti. Non possiamo delegare interamente la nostra salute mentale e sociale ai filtri automatici delle piattaforme. Cosa possiamo fare, dunque, a livello tecnico e umano?

  • Tracciabilità e Watermarking: È fondamentale spingere per l’adozione di metadati obbligatori e watermarking audio per tutti i contenuti generati con intelligenze artificiali, rendendo tracciabile la genesi del pezzo e responsabilizzando chi inserisce i prompt.
  • Moderazione contestuale ed empatica: Quando le piattaforme rimuovono un contenuto virale, dovrebbero accompagnare l’azione con spiegazioni pubbliche chiare. Spiegare perché un simbolo è lesivo, anziché limitarsi a far apparire una schermata d’errore grigia, disinnesca la narrazione del martirio e della censura.
  • Educazione all’estetica e ai media: Dobbiamo sviluppare nei giovani la capacità di analizzare non solo ciò che leggono, ma ciò che ascoltano. Comprendere come i prompt e i feedback delle community plasmano i messaggi che consumiamo è il primo passo per sviluppare un’ecologia mentale sana nell’era dell’IA.

Una riflessione per noi stessi

In ultima analisi, le nano-canzoni non fanno altro che sfruttare le fragilità della nostra architettura cognitiva: la nostra attrazione per il ritmo, il nostro bisogno di ridere per esorcizzare la complessità e il nostro desiderio di sentirci parte di un gruppo. L’intelligenza artificiale non ha rimpiazzato l’umanità; ha semplicemente imparato a conoscerla così bene da saperne imitare e manipolare le emozioni più ancestrali.

La prossima volta che ti troverai a canticchiare un loop orecchiabile dal testo ambiguo, prova a fermarti un secondo. Chiediti: da dove viene questo ritmo? Cosa sta cercando di farmi provare? E, soprattutto, sto ridendo del meme o sto permettendo al meme di ridefinire ciò che trovo tollerabile?

Continuiamo la conversazione insieme

E tu? Ti sei mai trovato a canticchiare una melodia accattivante per poi renderti conto che il testo o il significato andavano completamente contro i tuoi valori personali? Come hai reagito?

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TikTok challange


Quando sfidare la morte diventa un gioco da fare in cameretta

L’algoritmo che conosce tuo figlio meglio di te

È una sera qualunque. Marco ha quattordici anni, le cuffie alle orecchie, il telefono appoggiato al cuscino. Scorre, scorre, scorre. A un certo punto si ferma. Ride. Poi riprende a guardare, stavolta con una concentrazione diversa. Tu non sai cosa sta vedendo e lui non te lo direbbe mai spontaneamente. E forse, anche se tu lo vedessi, non capiresti davvero cosa stia guardando.

Quella sera, su TikTok o Instagram, non importa quale piattaforma, qualcuno ha appena ingerito più di dieci compresse di un farmaco antistaminico in diretta. Oppure si è stretto qualcosa al collo fino a svenire. O ha inalato il contenuto di una bomboletta spray. Lo ha fatto sorridendo. E milioni di persone tra cui Marco stavano guardando.

Stiamo parlando delle challenge virali pericolose: un fenomeno che negli ultimi anni ha trasformato i social media in palcoscenici dove mettere in scena comportamenti autolesionistici in cambio di visualizzazioni, like e un posto anche momentaneo dentro il flusso infinito dell’attenzione digitale.

Non è una moda passeggera. È un’emergenza reale.

Dodici nomi. Dodici modi per sfidare la morte in pubblico.

Quando sento parlare di challenge pericolose, mi trovo spesso a dover correggere una percezione diffusa: quella che si tratti di episodi isolati, di casi estremi, di “cose che capitano altrove”. Non è così.

Negli ultimi anni abbiamo documentato una galleria di sfide la cui sola esistenza dovrebbe farci riflettere profondamente sul momento culturale che stiamo attraversando.

La Blackout Challenge: conosciuta anche come Choking Game, chiede ai partecipanti di strangolarsi o trattenere il respiro fino a perdere i sensi, per “sentire l’euforia” di qualche secondo di anossia cerebrale. Collegata a quindici morti accertate di bambini sotto i dodici anni. Dodici anni.

Il Chroming: è la pratica di inalare i vapori di prodotti chimici domestici come deodoranti, smalti, lacche per stordirsi rapidamente. Un bambino di undici anni è morto dopo aver inalato uno spray per capelli trovato nel bagno di casa sua.

La Blue Whale Challenge: ha una dinamica ancora più inquietante: cinquanta giorni di compiti autolesionistici assegnati da “curatori” anonimi online, ciascuno più intenso del precedente, fino al suicidio finale. Centocinquantasette adolescenti nel mondo non sono sopravvissuti a questo percorso.

Poi c’è la Benadryl Challenge, forse la più recente a guadagnare attenzione clinica. Consiste nell’ingerire quantità massicce di difenidramina, il principio attivo di un comune antistaminico, per provocare allucinazioni. Nel 2020, una quindicenne dell’Oklahoma è morta dopo aver assunto oltre dieci compresse. Nel 2026, Leah Presson, quindici anni, è stata trovata senza attività cerebrale dopo aver partecipato alla sfida. Un solo ospedale pediatrico in Texas ha trattato oltre cento casi di overdose da Benadryl in sei mesi.

E ancora: la Skullbreaker, la Tide Pod, la Fire Challenge, la Kiki Challenge ballare accanto a un’auto in movimento. Il French Scar Challenge, dove ci si incide deliberatamente la pelle per crearsi una cicatrice “distintiva”. La Sleepy Chicken, che prevede di cucinare pollo crudo marinato in un medicinale per il raffreddore e mangiarlo.

Ogni nome è una storia. Ogni storia ha un prima e un dopo che nessun like può cancellare.

Perché lo fanno. La psicologia dietro lo schermo.

Sarebbe comodo e profondamente sbagliato rispondere a questa domanda con “perché sono stupidi” o “perché i genitori non li controllano”. La realtà è molto più complessa, e comprenderla è l’unico modo per affrontarla davvero.

Il primo elemento da considerare è biologico. Il cervello di un adolescente non è semplicemente un cervello adulto in miniatura: è un organo in fase di cantiere aperto. La corteccia prefrontale quella che valuta le conseguenze, frena gli impulsi, calcola i rischi a lungo termine non sarà completamente matura fino ai venticinque anni circa. Nel frattempo, il sistema limbico, responsabile delle emozioni e della risposta al piacere, è già pienamente operativo e iperattivo. Questa asimmetria neurologica produce un essere umano naturalmente attratto dalla novità, dall’intensità emotiva, dal brivido immediato. I social media lo sanno benissimo. I loro algoritmi sono costruiti esattamente su questo.

Il secondo elemento è sociale. L’adolescenza è il momento in cui ci si stacca dalla famiglia per cercare identità e appartenenza nel gruppo dei pari. Essere accettati, notati, inclusi è un bisogno primario, non un capriccio. Per molti ragazzi, partecipare a una challenge non significa “sfidare il pericolo”: significa esistere dentro la comunità. Significa dire “anch’io sono qui, guardatemi”. In un’epoca in cui la visibilità è diventata una forma di moneta sociale, questa logica ha una sua coerenza spietata.

Il terzo elemento è quello che chiamo la dissociazione da schermo. Quando si guarda o si filma qualcosa attraverso un display, si attiva una barriera percettiva potente. Il dolore altrui appare remoto, quasi irreale. La morte di un personaggio in un videogame non spaventa perché “ricomincia”. La morte di un ragazzo in un video è inquadrata, montata, filtrata e quindi, in qualche modo, sembra meno definitiva di quanto sia. I neuropsicologi chiamano questo meccanismo “desensibilizzazione mediata”: l’esposizione ripetuta a contenuti estremi abbassa progressivamente la soglia di allerta emotiva.

A tutto questo si aggiunge la gamification del pericolo: le challenge sono strutturate come giochi. Hanno regole, livelli, un pubblico. Chi partecipa non percepisce qualcuno che rischia la vita si sente qualcuno che sta giocando per vincere. E quando la posta in gioco è la popolarità, il cervello adolescente raramente riesce a fermarsi da solo.

Il ruolo dei social e dell’intelligenza artificiale in questo teatro

Sarebbe riduttivo pensare alle piattaforme come semplici contenitori passivi. TikTok, Instagram, YouTube non si limitano a ospitare contenuti: li selezionano, li amplificano, li distribuiscono secondo logiche algoritmiche progettate per massimizzare il tempo trascorso online. Un contenuto estremo genera più reazioni emotive. Più reazioni = più engagement. Più engagement = più distribuzione.

È una spirale che non ha nulla di casuale.

In questo contesto, l’intelligenza artificiale gioca un ruolo doppio e ambivalente. Da un lato, le piattaforme dichiarano di utilizzare sistemi di moderazione automatica per rilevare e rimuovere i contenuti pericolosi. TikTok lo ha affermato durante la Benadryl Challenge. La FDA ne ha chiesto formalmente la rimozione nel 2020. Eppure i contenuti continuano a circolare spesso rimontati, sfumati, taggati in modo da aggirare i filtri.

Dall’altro lato, i ragazzi stessi usano l’intelligenza artificiale generativa con una consapevolezza crescente delle sue possibilità creative. Si scambiano prompt, costruiscono narrazioni attorno alle challenge, creano identità digitali che poi performano davanti alla telecamera. La dimensione narrativa dell’identità “chi sono online” è sempre più mediata da strumenti che amplificano le possibilità espressive ma non offrono nessun supporto emotivo reale.

Questo è forse il punto più delicato: non è solo un problema di contenuti pericolosi. È un problema di costruzione dell’identità in ambienti privi di cura.

Quello che possiamo fare

Genitori, insegnanti, educatori: nessuno può vincere questa partita da solo, e nessuno ha una soluzione semplice da offrire. Ma ci sono alcune direzioni che vale la pena prendere.

A casa, la risposta non è il divieto che spesso produce l’effetto opposto, trasformando il proibito in ancora più seducente. È l’ascolto attivo: creare uno spazio in cui un ragazzo possa dire “ho visto una cosa strana” senza aspettarsi una reazione di panico o di punizione. Significa anche rafforzare l’autostima nel mondo reale attraverso lo sport, le relazioni, le esperienze che generano un senso autentico di efficacia e appartenenza per non lasciare che il vuoto venga riempito esclusivamente dalla validazione digitale.

A scuola, il nodo è la media literacy: insegnare ai ragazzi come funzionano gli algoritmi, cosa significa viralità, come si costruisce un’identità digitale consapevole. Non in modo astratto, ma partendo da ciò che vivono ogni giorno. Le challenge pericolose non sono fuori dalla loro realtà: sono dentro il telefono che usano durante la ricreazione e a casa.

E per tutti noi, c’è una responsabilità civile concreta: segnalare. Ogni contenuto pericoloso che segnaliamo alle piattaforme è un passo nel sistema di moderazione. Non risolve il problema strutturalmente, ma aiuta.

Prima del prossimo video

Ogni challenge virale pericolosa è, in fondo, la stessa storia raccontata con un oggetto diverso: un ragazzo o una ragazza che cerca di sentirsi vivo, visto, importante e che non trova un altro modo per farlo se non rischiare.

Non è stupidità. Non è malvagità. È solitudine. È un bisogno di senso che il mondo degli adulti inclusi noi non ha ancora imparato a intercettare abbastanza bene.

Capire questo non significa giustificare. Significa avere gli strumenti giusti per rispondere.

E tu? Hai mai notato un comportamento strano nel modo in cui un adolescente che conosci usa i social? Hai mai sentito parlare di una di queste challenge nella tua rete familiare o professionale?

Parla di quello che senti. Condividi questo articolo con chi educa, con chi fa scuola, con chi ha figli o nipoti. La consapevolezza non risolve tutto ma è sempre il primo posto da cui partire.

Se Washington spegne l’I.A

Il caso Antropic che cambia tutto!

L’Unione Europea ha scoperto solo ora e siamo nel 2026 di non controllare nemmeno il proprio interruttore. La disattivazione improvvisa dei modelli Claude Fable 5 e Mythos 5 di Anthropic ordinata direttamente dal governo degli Stati Uniti senza alcun preavviso ha trasformato in pochi minuti una dipendenza commerciale in una crisi operativa. Per imprese, ospedali, pubblica amministrazione e infrastrutture critiche di mezzo continente. Il messaggio è brutalmente chiaro: nel mondo dell’intelligenza artificiale, chi non possiede lo stack tecnologico, non possiede la propria sovranità.

Il blackout che nessuno si aspettava

Mentre l’India si prepara a ospitare l’AI Impact Summit e Washington guida la presidenza del G20, Anthropic spegne i suoi modelli di punta per i clienti internazionali. Non un guasto. Non un aggiornamento tecnico. Un ordine governativo, eseguito con precisione chirurgica e senza preavviso, invocando poteri di accesso legale extra-territoriale e meccanismi di “cooperazione forzata” (compelled cooperation).

Anthropic ha agito nel pieno rispetto della legge americana. Ed è proprio questo il problema. La conformità legale di un fornitore privato agli ordini del proprio governo d’origine ha dimostrato che qualsiasi accordo di servizio commerciale internazionale vale meno di una telefonata da Washington.

Le imprese europee che avevano integrato Claude nelle proprie pipeline operative si sono trovate davanti a un vuoto. Non un rallentamento: un vuoto. Pipeline di dati interrotte. Processi bloccati. Costi di migrazione d’urgenza da sostenere in poche ore, con l’elevato rischio di downtime in settori dove il downtime si paga in vite umane oltre che in denaro.

L’Europa nella “trappola della media tecnologia”

Per capire perché il caso Anthropic ha colpito così duramente, è necessario guardare dentro lo “stack” dell’intelligenza artificiale e cioè quella catena di strati tecnologici che va dai chip fisici fino alle applicazioni che utilizziamo ogni giorno.

L’Europa, in questa catena, occupa una posizione paradossale. È leader mondiale nella regolamentazione: l’AI Act e il GDPR sono stati esportati come standard globali, il cosiddetto “Brussels Effect”. Ma nella produzione concreta di tecnologia d’avanguardia, è quasi assente.

I numeri parlano da soli. Oltre il 70% del mercato cloud europeo è controllato da fornitori americani, tutti soggetti al Cloud Act statunitense che autorizza Washington ad accedere ai dati ovunque essi si trovino. La Cina controlla il 98% della produzione di gallio e il 90% della lavorazione delle terre rare, materie prime indispensabili per qualsiasi hardware di calcolo. E sul fronte dei modelli: i dati mostrano che i modelli cinesi registrano già 818 milioni di download contro i 601 milioni di quelli americani, un segnale che la competizione globale è già asimmetrica, e l’Europa rischia di esserne schiacciata senza nemmeno partecipare alla gara.

È quella che gli analisti chiamano la “Middle Tech Trap”, la trappola della media tecnologia: forza nelle industrie mature, eccellenza nella governance, quasi totale assenza nei segmenti che definiscono il potere nel XXI secolo.

La risposta europea: la “terza via” tra Washington e Pechino

Il caso Anthropic ha accelerato una presa di coscienza che maturava da anni nei corridoi di Bruxelles. La risposta europea si articola su più livelli, con una logica che non punta all’autarchia impossibile ma alla costruzione di alternative percorribili.

Il Digital Commons EDIC, lanciato nel dicembre 2025, federa le risorse di calcolo di Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi in un consorzio europeo che ambisce a ridurre la dipendenza dagli hyperscaler americani. Le AI Factories, centri di supercalcolo con oltre 100.000 chip avanzati, puntano ad addestrare modelli europei sul suolo continentale, riducendo il gap di 15 mesi che attualmente separa i modelli open-source da quelli proprietari di frontiera. E il Digital Omnibus prova a correggere un’ironia dolorosa: la sovrapposizione tra AI Act e GDPR rischia di penalizzare soprattutto le startup europee, consegnando di fatto un vantaggio competitivo agli incumbent extra-europei.

Ma la svolta più interessante è culturale prima ancora che normativa. L’Europa sta puntando sui modelli “open-weight” come quelli di Mistral AI che permettono un controllo locale dei pesi del modello. In termini pratici: la logica decisionale dell’IA non può essere “spenta” da remoto da un governo straniero. È la differenza tra affittare un appartamento e possedere le chiavi di casa propria.

Il modello dell'”interdipendenza gestita”

Sarebbe ingenuo pensare che l’Europa possa o debba recidere tutti i legami tecnologici con gli Stati Uniti. Il punto non è l’isolazionismo. È la capacità di negoziare i termini delle proprie dipendenze, non subirli.

Gli analisti chiamano questo approccio “Managed Interdependence”, interdipendenza gestita. Significa: costruire una “terza stack” tecnologica insieme ad alleati strategici come Regno Unito, Canada e Giappone. Mappare dinamicamente i punti di strozzatura (choke points) lungo tutta la filiera, dalla produzione di gallio ai modelli di frontiera. E garantire che difesa, sanità e pubblica amministrazione operino esclusivamente su infrastrutture sotto stretto controllo giurisdizionale europeo.

Il caso Anthropic ha fornito la prova empirica di un principio che era teorico: non può esserci sovranità politica senza controllo diretto sull’infrastruttura. Ogni decisione presa in un consiglio di amministrazione americano o in un ufficio governativo di Washington può propagarsi, in minuti, come crisi operativa nei sistemi ospedalieri di Milano, nelle reti energetiche di Amburgo, nelle piattaforme digitali della pubblica amministrazione di Varsavia.

Il futuro digitale dell’Europa è ancora una scelta sovrana. Per ora.

Il 2026 ha consegnato all’Europa un avvertimento che non può essere ignorato. L’intelligenza artificiale non è una commodity neutrale: è una leva di proiezione del potere statale. Chi la controlla, controlla i termini su cui tutti gli altri operano.

L’Europa ha gli strumenti per rispondere il talento, la capacità regolamentare, le risorse finanziarie, gli alleati. Ciò che manca, ancora, è la volontà politica di trasformare questa consapevolezza in scelte concrete, rapide e coordinate. Il rischio non è di perdere una gara tecnologica: è di scoprire, un giorno, che le decisioni che contano davvero non vengono più prese a Bruxelles, Berlino o Roma.

Il caso Anthropic ci ha mostrato come appare quel futuro. Spetta a noi decidere se accettarlo.

Hai trovato utile questa analisi? Condividila con chi si occupa di politica industriale, innovazione o sicurezza digitale il dibattito sulla sovranità tecnologica europea ha bisogno di voci informate. E dicci nei commenti: pensi che l’Europa stia reagendo abbastanza velocemente, o stiamo perdendo un’occasione storica?

L’evoluzione di “Dolos” 

Quando l’AI è più rassicurante di una persona vera

Il diario: una mattina qualunque, uno scroll qualunque

Sono le 7.47 di un martedì. Marco, 24 anni, studente universitario a Milano, apre Instagram mentre il caffè si raffredda sul tavolo. Scorre il feed con il pollice in pilota automatico. Poi si ferma. Una ragazza diciotto anni, sorriso disinvolto, un selfie in una cucina di McDonald’s, la divisa leggermente sgualcita chiede guardando dritto nell’obiettivo: “Ma voi davvero non sapete cosa succede qui dentro?”

Marco non conosce laprotagonista del post. Non l’ha mai incontrata. Ma in trenta secondi si sente già dentro la sua storia. Salva il video spettando il prossimo. La segue.

Quello che Marco non sa, quello che quasi nessuno di noi sa (o finge di non sapere ed è questo il bello della storia che vedremo più avanti), è che Beatrice Moretti (la protagonista) non esiste. Non è mai esistita. È un’identità sintetica costruita con strumenti di intelligenza artificiale generativa, progettata con la precisione di un ingegnere e la psicologia di un venditore esperto. Una persona che non ha mai respirato su questa terra, ma che ha già convinto migliaia di persone come Marco a fidarsi di lei.

Questo è il punto di partenza di una domanda che dobbiamo porci: stiamo costruendo un mondo in cui preferiamo le presenze artificiali a quelle umane non perché siamo ingenui, ma perché le ci fanno sentire meglio?

Il fenomeno: architettura di un’illusione

Il caso “Beatrice Moretti” documentato attraverso un’analisi forense OSINT approfondita è il prototipo di quello che gli esperti chiamano identità sintetica: un profilo digitale costruito artificialmente per generare fiducia, stupore e, infine, denaro.

La costruzione segue tre fasi precise, quasi chirurgiche.

Prima fase: la costruzione della fiducia. Il profilo nasce come quello di una liceale milanese di diciotto anni. Selfie quotidiani, storie ordinarie, amiche, viaggi. Tutto ciò che serve a far abbassare le difese. Il cervello umano è straordinariamente sensibile ai segnali di autenticità quotidiana: non siamo attratti dalla perfezione, siamo attratti dalla normalità riconoscibile.

Seconda fase: il vettore scandalistico. Quando l’attenzione è guadagnata, il contenuto muta radicalmente. Compaiono video girati nelle cucine di fast food esteticamente “sporchi”, con l’estetica tremolante di una telecamera di sicurezza che mostra tensioni lavorative, allusioni sessuali, situazioni al limite. Il cervello si attiva. Lo stupore genera condivisione compulsiva.

Terza fase: la conversione economica. L’attenzione diventa morbosità, diventa denaro. L’utente viene guidato quasi inconsapevolmente da Instagram a Telegram a OnlyFans, dove il modello di monetizzazione si chiude con abbonamenti, contenuti a pagamento, messaggi privati a tariffa premium.

Quello che rende questo schema non solo tecnicamente sofisticato, ma psicologicamente devastante, è la sua efficienza. Il costo di produzione mensile di un profilo del genere strumenti di AI generativa per immagini e video, automazione dei testi, gestione delle landing page si aggira intorno agli 82 euro al mese. Il ritorno sull’investimento, anche in scenari conservativi, supera il 500%. In scenari ottimistici, si parla di cifre nell’ordine dei sei zeri.

Il meccanismo psicologico: perché ci caschiamo

La domanda non è “come fanno a ingannarci”. La domanda è: cosa soddisfano, dentro di noi, queste presenze artificiali?

Beatrice Moretti funziona perché non ci chiede nulla. Non ha una brutta giornata. Non è stanca. Non ci delude. È sempre disponibile, sempre narrativamente coerente, sempre capace di attivare esattamente la risposta emotiva che cerca.

Questo tocca qualcosa di molto profondo nella psicologia umana contemporanea: la dipendenza da feedback immediato e il bisogno di connessione a basso costo emotivo. I social media ci hanno abituato a relazioni che funzionano come distributori automatici: inserisci attenzione, ottieni risposta. Le identità sintetiche ottimizzano questo meccanismo al massimo. Non c’è latenza, non c’è ambiguità, non c’è il rischio di essere rifiutati.

C’è un concetto in psicologia che si chiama intermittent reinforcement rinforzo intermittente. È il meccanismo per cui i comportamenti più difficili da estinguere sono quelli che vengono premiati in modo imprevedibile. Le slot machine funzionano così. I social media, con i loro algoritmi di engagement, allo stesso modo. E i profili sintetici avanzati progettati per massimizzare lo stupore e la risposta emotiva ne sono la versione più evoluta e sofisticata.

Ma c’è qualcosa di ancora più sottile. Il profilo sintetico ci offre il paradosso della vicinanza controllata: la sensazione di conoscere qualcuno, di essere dentro la sua vita, senza la vulnerabilità che la vicinanza reale comporta. Non dobbiamo essere interessanti per Beatrice. Non dobbiamo essere presenti. Non dobbiamo fare niente. Possiamo semplicemente guardare.

Il confronto con l’umano: dove perdiamo il confine

Il caso di Aitana López, influencer virtuale spagnola interamente generata dall’AI, rende il fenomeno ancora più esplicito. Aitana non è una truffa: è dichiaratamente artificiale. Eppure genera guadagni fino a 10.000 euro al mese con post sponsorizzati, costruisce relazioni parasociali con i suoi seguaci, riceve messaggi da persone che sapendo che è un’AI continuano a scriverle come se fosse una persona.

Questo è il momento in cui la questione smette di essere tecnica e diventa profondamente umana.

Le relazioni parasociali il legame emotivo unilaterale che sviluppiamo con persone o personaggi che non ci conoscono sono sempre esistite. Le avevamo con gli attori cinematografici, con i personaggi dei romanzi, con i cantanti. La novità dell’AI è che queste “relazioni” possono essere rese interattive, personalizzate, responsive. Un personaggio AI può risponderci, ricordare le nostre preferenze, sembrare felice di sentirci.

E qui emerge la domanda più difficile: se un’entità artificiale può darci sensazione di essere ascoltati, compresi, desiderati ma una relazione reale richiede fatica, incomprensioni, tempi e spazi che non sempre coincidono non è razionale, in qualche modo, scegliere l’artificiale?

La risposta psicologica è: dipende da cosa intendiamo per razionale.

A breve termine, una connessione artificiale ottimizzata funziona davvero. Ci fa sentire ascoltati, visti, coinvolti senza il rischio di essere delusi, fraintesi, abbandonati. È comoda, è disponibile, è prevedibile. E il nostro cervello, che cerca costantemente la ricompensa con il minimo sforzo, la sceglie volentieri.

Il problema emerge quando guardiamo più lontano. Ogni relazione umana autentica ci chiede di fare una cosa che nessuna AI potrà mai esigerci: tollerare che l’altro non sia perfetto. Che arrivitardi. Che risponda male. Che non capisca al volo. Che abbia i suoi momenti bui. È esattamente in quel disagio nell’imparare a stare con qualcuno di imperfetto, a negoziare, a cedere, a resistere che cresciamo come persone.

Le relazioni difficili ci formano proprio per questo. Se togliamo la frizione, togliamo anche la trasformazione.

Una presenza artificiale ci dà tutto tranne una cosa: la possibilità di essere davvero conosciuti da qualcuno che ha scelto di restare, pur potendo andarsene.

L’effetto sistemico: quando il falso diventa più reale del vero

I dati sono illuminanti. Il 51% dei giovani usa Instagram e TikTok come fonti primarie di informazione. 1 utente su 3 interagisce attivamente con contenuti che sono falsi. Non perché non sappia distinguere e spesso lo sa, o lo sospetta ma perché il contenuto falso è narrativamente più efficace, emotivamente più coinvolgente, algoritmicamente più presente.

Stiamo assistendo a quella che potremmo chiamare estetica della simulazione: una progressiva preferenza non conscia, non deliberata per le versioni ottimizzate della realtà rispetto alla realtà stessa. Non è una questione di stupidità. È una questione di stimolazione: il contenuto sintetico è costruito per eccitare i circuiti cognitivi dell’attenzione in modo più efficiente di quanto possa fare qualsiasi contenuto autentico.

Il brand attack a McDonald’s dove l’identità sintetica di Beatrice viene collocata fisicamente all’interno di un luogo reale, creando una narrazione scandalistica credibile è solo l’esempio più visibile di un fenomeno più vasto. La smentita di una fake news non viaggia mai alla stessa velocità della notizia falsa. Il ritardo tra il momento in cui qualcosa viene creduto e il momento in cui viene corretto è, di fatto, diventato un vantaggio strutturale per chi produce il falso.

Questo non riguarda solo le multinazionali. Riguarda la percezione che abbiamo degli altri, delle relazioni, di noi stessi.

Una riflessione finale: cosa stiamo cercando davvero

Alla fine di questa analisi, quello che rimane non è solo un allarme non voglio usare toni catastrofisti, non sarebbe onesto né utile. Quello che rimane è una domanda.

Beatrice Moretti e tutto ciò che rappresenta esiste perché risponde a un bisogno reale. Il bisogno di connessione, di attenzione, di un volto che ci guardi. Questi bisogni non sono sbagliati. Sono umani, profondi, legittimi. Il problema non è averli. Il problema è quando iniziamo a soddisfarli esclusivamente attraverso canali che non possono per definizione restituirci nulla di reale.

Le intelligenze artificiali ci daranno presenze sempre più convincenti. Modelle, amici, partner virtuali disponibili 24 ore su 24, senza stanchezza, senza impazienza, senza i limiti che rendono difficile ogni relazione umana. E molte persone giovani, adulti, anziani troveranno in quelle presenze qualcosa che cercavano da molto tempo.

Non possiamo fermare questo. Forse non dovremmo nemmeno volerlo fermare del tutto. Ma possiamo scegliere consapevolmente cosa stiamo cercando quando apriamo un’app, quando seguiamo un profilo, quando investiamo la nostra attenzione emotiva in una presenza digitale.

La domanda non è “è reale o artificiale?”. La domanda è: cosa sto nutrendo, dentro di me, quando scelgo questa connessione?

Riconosciti. Rifletti. Condividi.

Ti è mai capitato di sentirti più coinvolto da un contenuto digitale un video, un profilo, una storia che da una conversazione reale? Di preferire la semplicità di una presenza online alla complessità di una relazione vera?

Non è una colpa. È un segnale.

Fatti questa domanda oggi: nell’ultima settimana, quale connessione ha nutrito davvero qualcosa in te umana o digitale? E cosa ti ha chiesto in cambio?

Se questo articolo ti ha fatto pensare, condividilo. Non perché lo dico io — ma perché queste domande meritano di circolare in conversazioni reali, tra persone reali. Il mondo sintetico cresce nell’ombra della nostra distrazione. La consapevolezza è l’unico antidoto che non si può programmare.

Hai riconosciuto qualcosa di te in questo articolo? Scrivimi nei commenti oppure condividilo con qualcuno con cui vale la pena parlarne davvero.

True Crime Community


Il lato oscuro dei social

Due aggressioni a docenti, due dirette social, un’unica regia digitale: la scuola italiana è diventata il set di una nuova forma di estremismo giovanile che non conosce ideologia, solo audience.

Il filo conduttore

Trescore Balneario, provincia di Bergamo, 25 marzo 2026: un ragazzo di tredici anni entra in classe armato di coltello, pistola scacciacani e precursori chimici, indossa una maschera teschio e trasmette tutto in diretta su Telegram. La docente Chiara Mocchi riporta ferite critiche al collo e sopravvive grazie a una trasfusione in volo. Sessantasei giorni dopo, il 29 maggio, a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, si replica lo schema: un coetaneo attacca il proprio insegnante con due coltelli, con un casco integrale che funge da telecamera e il nome di stragisti famosi inciso sulla visiera. Alla base di entrambi gli episodi, secondo gli analisti, non c’è una causa politica né un manifesto ideologico classico: c’è un ecosistema digitale transnazionale che ha trasformato la violenza in contenuto, e i minori in performer.

Contesto: quando il crimine diventa spettacolo

Per comprendere quanto accaduto nelle aule di Bergamo e Trapani, bisogna prima capire cosa sia la True Crime Community (TCC): una rete diffusa e decentralizzata, nata sui social generalisti come TikTok, che glorifica autori di crimini efferati elevandoli a icone, o “Santi”, da imitare e celebrare. Non è un’organizzazione verticale con una struttura di comando: è un ecosistema liquido, fatto di video-montaggio, meme, canali crittografati e una propria estetica riconoscibile.

Il processo di radicalizzazione funziona come un imbuto. Si comincia con l’esposizione passiva a brevi clip, gli “edits” di vecchi stragisti, incastonati in musiche melodramatiche e filtri estetizzanti. Chi abbocca migra verso gruppi Telegram chiusi, dove i contenuti diventano esplicitamente violenti e il linguaggio si ispessisce di riferimenti tecnici. Qui si misurano il “kill count” (numero di vittime) e la “qualità performativa” dell’atto, come se si trattasse di un videogioco con una classifica mondiale.

I dettagli che fanno tremare

Quel che colpisce dei due episodi non è solo la vicinanza temporale, ma il “copione operativo”.

A Trescore Balneario, il tredicenne indossa pantaloni mimetici e maschera teschio, porta con sé un manifesto in inglese intitolato The Final Solution pubblicato su Telegram ore prima dell’attacco. Nel documento si descrive come superiore ai propri coetanei, “stupidi e banali”, e rivendica la propria unicità rifiutando esplicitamente l’etichetta di imitatore pur replicando nei minimi dettagli l’estetica di chi lo ha preceduto. Prima di entrare a scuola, posta un selfie con un “puppy filter”, invitando la community a usarlo per futuri meme in suo onore.

A San Vito Lo Capo, il coetaneo siciliano porta un casco integrale modificato come dispositivo di ripresa in prima persona, con incisi i nomi di celebri stragisti e la scritta “Ave Euno”. Quattro ore prima dell’attacco, scrive su TikTok: “Non incolpatemi per quel che farò tra 4 ore.”

In entrambi i casi, la diretta streaming è il fulcro dell’azione. La violenza non è il fine: è il mezzo per generare contenuti validati dalla community. La risonanza digitale, non il danno fisico, è il vero metro del successo.

La figura enigmatica di “Euno”

Il filo investigativo più inquietante è quello che collega i due episodi: la figura di Euno, identificata come una sedicenne (o un profilo che ne simula l’identità) attiva su canali Telegram della TCC. Euno opera come “validatrice emotiva”: ascolta le fantasie distruttive dei minori, le incoraggia, ne alimenta il senso di grandiosità e di missione.

Il nickname non è casuale: è un richiamo diretto a Eunus, lo schiavo siriano che guidò la prima rivolta servile in Sicilia contro Roma nel II secolo a.C. La manipolazione storica serve a nobilitare l’attacco: non è bullismo, ma “ribellione degli oppressi” contro un’istituzione percepita come tirannica. L’iscrizione “Ave Euno” sul casco di San Vito è una traccia forense di questo racconto.

C’è anche una dimensione economica: gli analisti segnalano una correlazione sospetta con il token criptovalutario EUNO, uno strumento orientato alla privacy. L’accesso a dirette esclusive e manifesti nei canali Telegram premium verrebbe regolato tramite transazioni anonime, creando un incentivo finanziario dietro la radicalizzazione nichilista.

Un vuoto legislativo e culturale

Questi episodi mettono a nudo una doppia crisi: quella delle piattaforme digitali, incapaci o poco motivate ad arginare condutture di radicalizzazione che partono da TikTok e si spostano su Telegram; e quella del sistema giuridico italiano, che non prevede imputabilità per i reati gravi commessi da chi ha meno di 14 anni nemmeno in contesti di radicalizzazione online documentata.

Gli esperti invocano un cambio di paradigma triplice:

Monitoraggio comportamentale, non ideologico: la minaccia non viene da manifesti politici, ma da pattern di consumo digitale. Intercettare l’uso di terminologia TCC prima che avvenga la migrazione verso canali crittografati è tecnicamente possibile, ma richiede volontà politica e risorse dedicate.

Approccio di salute pubblica: identificare precocemente i fattori di rischio: isolamento, bullismo subìto, esposizione prolungata a contenuti violenti e rafforzare i fattori protettivi nelle comunità scolastiche, coinvolgendo famiglie e insegnanti.

Riforma legislativa e alfabetizzazione digitale critica: affrontare il nodo della non imputabilità e, parallelamente, dotare i giovani degli strumenti cognitivi per riconoscere le tecniche di manipolazione psicologica di figure come Euno.

La scuola non può diventare un set

Due aggressioni in meno di tre mesi. Due insegnanti. Due ragazzini di tredici anni con un copione quasi identico e una platea globale ad applaudire. La scuola, presidio di civiltà per definizione rischia di trasformarsi nel palcoscenico prediletto di un estremismo senza ideologia, alimentato dall’audience e dalla sete di riconoscimento digitale.

Non è fantascienza distopica: è già successo e senza una risposta sistemica che unisca tecnologia, psicologia, diritto e cultura, succederà ancora.

La domanda che dobbiamo porci, come società, è semplice e urgente: fino a quando siamo disposti ad aspettare?

Hai letto questo articolo e vuoi contribuire al dibattito? Condividilo e racconta la tua esperienza nei commenti: sei un insegnante, un genitore, un educatore? La tua voce è parte della soluzione. E se vuoi approfondire il tema della radicalizzazione online giovanile, cerca i report del Dipartimento della Pubblica Sicurezza e le linee guida del progetto europeo RAN (Radicalisation Awareness Network).

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