Hollywood al Pentagono


La nuova politica americana tra meme, Marvel e messaggi cristologici

Dal Pentagono a Hollywood, passando per i social network: come l’amministrazione Trump ha trasformato il potere in intrattenimento e quale prezzo sta pagando la democrazia.

Mercoledì 16 aprile 2026, al Pentagono, il Segretario della Difesa Pete Hegseth ha guidato un rito di preghiera. Nulla di insolito, in apparenza. Se non fosse che le parole recitate non erano quelle del Libro di Ezechiele come dichiarato ma il monologo di un sicario cinematografico tratto da Pulp Fiction di Quentin Tarantino. È accaduto nel cuore dell’istituzione militare più potente al mondo, ed è accaduto in diretta. L’episodio non è una svista: è la fotografia nitida di un sistema politico che ha scelto lo spettacolo come forma principale di governo.

Il contesto: da Washington a Hollywood senza scalo

Negli ultimi anni, la comunicazione politica americana ha subito una trasformazione radicale. Non si tratta di un semplice cambio di tono o di stile: analisti e osservatori parlano di una vera e propria “Hollywoodizzazione” del potere, in cui la legittimità non deriva più dalla correttezza procedurale o dall’accuratezza dei fatti, ma dalla capacità di dominare l’economia dell’attenzione con narrazioni spettacolari.

La logica è brutalmente semplice: nell’era della distrazione di massa, un messaggio politico deve funzionare come un banger una clip virale capace di generare scariche di dopamina nell’elettorato e umiliare l’avversario nel “feed” globale. Il discorso diplomatico sobrio e tecnocratico, patrimonio della politica del XX secolo, è stato sostituito dalla meme-war: veloce, emotiva, progettata per risuonare prima ancora di essere compresa.

La preghiera di Tarantino: quando il sacro si fonde con il pop

Tornando all’episodio del Pentagono: Hegseth ha recitato una versione adattata del celebre monologo di Jules Winnfield il personaggio di Samuel L. Jackson in Pulp Fiction presentandola come la “preghiera CSAR 25:17”, quella cara al personale di ricerca e soccorso dell’aeronautica militare. La sostituzione è sistematica e studiata: laddove il testo biblico recita “And I will execute great vengeance upon them”, il monologo cinematografico inizia con “The path of the righteous man is beset on all sides”, e la versione Hegseth adatta quest’ultima, sostituendo “il giusto” con “l’aviatore abbattuto” e Dio con il call sign operativo “Sandy 1”.

Non si tratta di un errore grossolano. È un segnale culturale preciso. Scegliendo il linguaggio di un sicario cinematografico che recita versi per giustificare la violenza, il potere politico scavalca i vincoli etici della “Guerra Giusta” in favore dell’archetipo dell’antieroe televisivo comprensibilmente spietato, autenticamente imprevedibile, iconicamente “figo”. Lo stesso meccanismo narrativo che ha reso Walter White o Tony Soprano personaggi amati nonostante le loro azioni viene applicato alla gestione dell’apparato militare statunitense.

L’Operazione Epic Fury: la guerra come videogioco

Se la liturgia del Pentagono ha alzato il sipario, l’Operazione Epic Fury in Iran, condotta nel marzo 2026 ha rappresentato il gran finale stagionale. La Casa Bianca ha distribuito video ufficiali del conflitto montati con clip di Iron Man 2, Top Gun: Maverick, Breaking Bad e John Wick, accompagnati da meme tratti da Grand Theft Auto: San Andreas e dai suoni di vittoria di Mortal Kombat: “Perfect Victory”.

L’estetica non è casuale. Ogni riferimento pop attiva una funzione narrativa precisa: l’autorità paternalistica e tecnologicamente superiore (Tony Stark), l’eroismo nostalgico del guerriero solitario (Maverick, il Gladiatore), l’aggressione imprevedibile e priva di freni morali (Walter White), la vendetta implacabile (John Wick). Il tutto sorretto da un’infrastruttura tecnologica reale: secondo l’Ammiraglio Brad Cooper, l’intelligenza artificiale ha permesso di ridurre i processi decisionali del kill chain da ore a pochi secondi in oltre 5.500 attacchi.

La guerra, accelerata dall’IA e narrata con i codici del videogioco, diventa un prodotto di consumo immediato. Una “vittoria perfetta” sullo schermo. Dietro lo schermo, 15 caduti americani e migliaia di vittime civili.

Il Messia in tunica bianca e rossa: l’iconografia del potere assoluto

Il processo culmina con la costruzione di un culto della personalità che trascende la politica per diventare iconografia religiosa. Nell’aprile 2026 sono circolate immagini generate dall’intelligenza artificiale che ritraggono Donald Trump in pose cristologiche vesti bianche e rosse, gesti taumaturgici, luce dall’alto. Un linguaggio deliberatamente provocatorio, definito da alcuni osservatori “blasphememe” (blasfemia più meme), apparso in risposta diretta ai moniti di pace di Papa Leone XIV.

La logica narrativa è quella della serialità televisiva di qualità: come i protagonisti difettosi delle grandi serie HBO, Trump viene proposto come “villain-protagonista”, un leader che può essere arrogante e persino violento, purché risulti autentico nel suo dominio dello spettacolo. In questo “immaginario post-verità”, la moralità discutibile non è un limite ma una prova di autenticità. La base non vuole un politico irreprensibile: vuole un personaggio che riconosce sullo schermo.

Il crash dopo la dopamina: quando la realtà si fa sentire

Eppure, ogni performance ha un costo. E la realtà anche la più spettacolarizzata alla fine presenta il conto.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Il colonnello Joe Buccino, veterano, ha definito “oscena” l’associazione di filmati di guerra reali con SpongeBob o Call of Duty, denunciando l’offesa al sacrificio dei soldati. Artisti come Ben Stiller e Robert Downey Jr. hanno protestato contro l’uso dei loro personaggi in quello che è stato ribattezzato “war porn” per i giovani. E i numeri quelli veri, non quelli dei meme raccontano una storia diversa dall’estetica della vittoria perfetta.

Il modello ha una crepa strutturale: funziona finché il pubblico rimane nel “feed”. Quando la realtà irrompe sotto forma di bare, di rifugiati, di proteste, la dopamina narrativa si esaurisce di colpo, e quello che rimane è il vuoto di una politica che ha sacrificato la sostanza sull’altare della performance.

Democrazia o demagogia in 4K?

Aristotele aveva già descritto questo meccanismo duemilacinquecento anni fa: la demagogia è lo spostamento del logos, la ragione, verso un pathos estremo, in cui il demagogo tratta la comunità come un palcoscenico per le proprie pulsioni. Quello che è cambiato è la tecnologia: oggi quel palcoscenico è globale, istantaneo e ottimizzato da algoritmi che amplificano lo spettacolo e soffocano il ragionamento.

La “Hollywoodizzazione” del potere non è solo un cambio di stile comunicativo. È una sfida ontologica alla funzione stessa della democrazia, che presuppone cittadini capaci di valutare fatti, non solo di consumare emozioni.

La domanda che ci riguarda tutti in Europa come in America è semplice e urgente: siamo ancora in grado di distinguere una politica da una serie TV? E soprattutto: vogliamo farlo?

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Pubblicato da Neox

Web advisor, scrittore, fotografo, pittore.

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