L’estetica del massacro digitale
Dall’attentato di Christchurch del 2019 a oggi, il terrorismo ha imparato a fare cinema. Regia, montaggio, distribuzione virale: come l’estremismo ha colonizzato il linguaggio dei media per trasformare ogni attacco in un evento.
Il 15 marzo 2019, Brenton Tarrant entra nella moschea Al Noor di Christchurch con una GoPro montata sul casco. Non sta solo uccidendo cinquantuno persone: sta girando un film. La trasmissione è in diretta su Facebook. L’inquadratura è in prima persona, come in un videogame sparatutto. La colonna sonora è musica tradizionale serba, poi il brano nazionalista britannico Gas Gas Gas, è stata scelta con cura. Prima di entrare, ha pubblicato un manifesto di settantaquattro pagine come fosse il making of di un’opera d’arte.
Quello che accade quel mattino non è un incidente mediatico. È una scelta di regia. E da quel giorno l’estremismo violento ha una nuova estetica: quella del contenuto digitale viralmente ottimizzato.
Nei sette anni successivi, questa logica si è rafforzata e diversificata. Il terrorismo ha smesso di comunicare attraverso comunicati stampa e videomessaggi grezzi da caverna: ha imparato il linguaggio dei meme, dei thread, dei canali cifrati, delle “saints cards”. Ha capito che l’attenzione è una risorsa strategica, e che il video vale più di mille volantini.
I · L’origine
Christchurch e la nascita dell’attentato come evento mediatico
Per capire dove siamo oggi bisogna tornare a Christchurch. L’attacco di Tarrant ha rappresentato una frattura: non solo per la brutalità, ma per la consapevolezza comunicativa con cui è stato progettato. Ogni elemento era stato studiato per massimizzare la diffusione.
Il live streaming su Facebook ha messo la piattaforma in una posizione impossibile: il video è rimasto online diciassette minuti prima che venisse rimosso. In quel lasso di tempo è stato visto da migliaia di persone e scaricato in centinaia di copie. Nelle ore successive, Facebook ha dichiarato di aver rimosso un milione e mezzo di versioni del video nelle prime ventiquattr’ore. Non è bastato: il contenuto continua a circolare ancora oggi in ambienti chiusi.
Non si trattava di terrorismo con propaganda. Era propaganda con un attacco annesso.
Analisti di sicurezza internazionale sulla logica comunicativa di Christchurch
Il manifesto, intitolato The Great Replacement, citava teorie complottiste già circolanti negli ambienti della destra radicale online, ma le sistematizzava e le rendeva fruibili come narrazione. Era pensato per essere condiviso, citato, discusso. Era SEO applicato all’ideologia omicida.
Il modello Tarrant, attacco fisico più produzione mediatica pianificata è diventato il prototipo da emulare. Non nel senso di una regia centralizzata: non c’è nessun regista. Ma esiste un canone estetico che si è trasmesso attraverso le reti estremiste e che ha influenzato attacchi successivi in Europa, negli Stati Uniti e in Australia.
II · Il culto
La Saints Culture: quando i terroristi diventano icone
Dopo Christchurch, qualcosa di nuovo emerge negli ambienti estremisti online: la sistematica venerazione degli attentatori come figure sacre. Non è un fenomeno nuovo in senso assoluto, anche la propaganda jihadista aveva costruito il culto del martire, ma la forma che assume nella destra radicale occidentale è peculiare e più radicata nella cultura pop digitale.
Nascono le cosiddette Saints Cards: figurine digitali che ritraggono attentatori di massa come Tarrant, Anders Breivik, i responsabili della strage di Columbine con tanto di statistiche sulle vittime, come se fossero carte da collezione di giocatori di baseball. Vengono create e distribuite con ironia deliberata, usando il linguaggio dei meme per normalizzare il contenuto. I canali estremisti pubblicano calendari mensili che commemorano le date degli attacchi, trasformando la violenza in rituale condiviso.
Il fondamento ideologico di questa cultura è l’accelerazionismo militante: la convinzione che ogni atto di violenza serva non a ottenere risultati politici immediati, ma a lacerare il tessuto sociale, alimentare la polarizzazione, accelerare il crollo dell’ordine esistente. Dalle ceneri di quel crollo, secondo questa narrativa, dovrebbe emergere un nuovo ordine etnico-identitario.
È una logica nichilista e autofagocitante, ma è anche straordinariamente efficace nel reclutamento di individui già alienati e in cerca di un senso di appartenenza radicale. L’attacco non è un fallimento se l’attentatore viene ucciso o arrestato: è la consacrazione. È l’ingresso nel pantheon dei santi.
III · L’infrastruttura
Terrorgram: quando Telegram diventa sala comandi
Se Christchurch ha fornito l’estetica, la rete Terrorgram ha fornito l’infrastruttura. Si tratta di un ecosistema decentralizzato di canali Telegram, la piattaforma di messaggistica con crittografia end-to-end e politiche di moderazione storicamente lassiste che negli anni successivi al 2019 è diventato il centro nevralgico dell’estremismo neo-fascista globale.
La caratteristica principale di Terrorgram non è la propaganda in senso classico, ma la trasmissione di conoscenza operativa. I canali condividono istruzioni dettagliate per la fabbricazione di armi attraverso stampanti 3D, ricette per la sintesi di esplosivi come il TATP, denominato nei forum “Madre di Satana” per la sua instabilità e piani per sabotare infrastrutture critiche come le reti elettriche. Il tutto impaginato con cura grafica, con stile da manuale tecnico, spesso in più lingue.
Ma la vera evoluzione è un’altra: Terrorgram è passato da un approccio puramente propagandistico come diffondere idee, radicalizzare menti, a qualcosa che assomiglia a una funzionalità di comando e controllo distribuita. I canali guidano i cosiddetti “lupi solitari” nelle fasi di preparazione degli attacchi: dall’individuazione dei bersagli alla logistica, dalla scelta delle armi alla gestione della comunicazione post-attacco. Senza che ci sia mai un contatto diretto tra organizzatori e attentatori.
Non c’è più un capo. C’è un manuale, una rete, un’estetica. Chiunque può diventare un “soldato” senza incontrare nessuno.
Questo modello decentralizzato, scalabile, difficile da attribuire, rappresenta una sfida radicale per le forze dell’ordine. Le strutture tradizionali del contrasto al terrorismo sono costruite per individuare reti gerarchiche, intercettare comunicazioni tra soggetti identificati, seguire filiere di finanziamento. Di fronte a un ecosistema in cui chiunque può scaricare un manuale e agire in totale autonomia, queste metodologie mostrano i loro limiti.
IV · Le vittime
La radicalizzazione dei minorenni: il funnel che inizia coi meme
Uno degli sviluppi più preoccupanti degli ultimi anni è l’abbassamento dell’età dei soggetti radicalizzati. Se nei primi anni Duemila il profilo del terrorista di destra era quello di un adulto con una storia personale di marginalizzazione e resentimento costruita nel tempo, oggi i ricercatori documentano casi di radicalizzazione completa in adolescenti tra i tredici e i diciassette anni.
Il meccanismo è quello che gli esperti chiamano “funnel di radicalizzazione”: un percorso graduale che inizia in spazi digitali apparentemente innocui. Un adolescente trova contenuti provocatori ma non esplicitamente violenti, meme politici, satira, contenuti “edgy” su piattaforme mainstream. Viene attirato in community Discord o Telegram presentate come spazi di discussione libera. Gradualmente viene esposto a contenuti sempre più estremi, e contemporaneamente costruisce relazioni online che rafforzano l’appartenenza al gruppo. Infine approda in canali dedicati dove la violenza non viene solo tollerata ma celebrata.
A marzo 2026, le forze dell’ordine italiane hanno arrestato a Perugia un diciassettenne che stava pianificando una strage nella propria scuola. L’indagine ha rivelato che il ragazzo era in contatto con la rete “Werwolf Division”, una struttura transnazionale affiliata all’ecosistema Terrorgram e aveva costruito la propria ideologia attorno alla venerazione di Breivik, Tarrant e dei responsabili della strage di Columbine. Il caso non è isolato: è la punta visibile di un fenomeno che le agenzie di sicurezza europee monitorano con crescente preoccupazione.
Il caso Italia
L’arresto del marzo 2026 a Perugia ha confermato come le reti estremiste transnazionali operino attivamente sul territorio italiano, reclutando adolescenti attraverso canali digitali. Il minorenne identificato aveva prodotto materiali propagandistici condivisi sui canali della rete, dimostrando un grado di integrazione nell’ecosistema estremista insolito per la sua età.
Le indagini hanno rivelato l’uso sistematico di applicazioni di messaggistica cifrata per eludere il monitoraggio, e la presenza di materiale operativo, piani dell’edificio scolastico, liste di bersagli che indicava una pianificazione concreta e non meramente ideale.
V · La mutazione
Salad Bar Extremism: quando le ideologie si ibridano
Una delle caratteristiche più destabilizzanti dell’estremismo contemporaneo è la sua resistenza alla categorizzazione. Le minacce attuali sono sempre meno riconducibili a ideologie coerenti e organiche, e sempre più caratterizzate da ibridazioni imprevedibili.
I ricercatori hanno coniato l’espressione salad bar extremism per descrivere questo fenomeno: gli individui radicalizzati attingono da tradizioni ideologiche diverse e apparentemente incompatibili, costruendo weltanschauung personali e sincretiche. Un soggetto può combinare elementi di suprematismo bianco, nichilismo post-moderno, teorizzazioni complottiste, critiche al capitalismo finanziario e misoginia inceliana in un amalgama che sfida qualsiasi tentativo di profilazione standard.
Emerge anche una convergenza tattica tra estremi apparentemente opposti: la destra accelerazionista e una certa sinistra insurrezionalista condividono il rifiuto della mediazione politica e l’uso del caos come catalizzatore per il collasso del sistema. Non cooperano — anzi, si odiano — ma usano strumenti simili e mirano allo stesso risultato: l’implosione dell’ordine liberaldemocratico esistente.
Al fondo di questa ibridazione c’è spesso il nichilismo puro. Gruppi come la rete 764 originariamente nata come rete di sextortion e produzione di materiale pedopornografico, hanno incorporato elementi di estremismo violento non per motivi ideologici ma per quello che i ricercatori descrivono come uno scopo distruttivo fine a se stesso: abbattere ogni norma morale e sociale, non per sostituirla con qualcos’altro, ma per il gusto della distruzione.
VI · Il corpo
Active Club: il nazionalismo bianco fa crossfit
Mentre l’ecosistema digitale prospera, si consolida anche una nuova forma di mobilitazione fisica. Gli Active Club, letteralmente “club attivi” sono strutture che si presentano come associazioni di fitness, arti marziali e sport da combattimento, ma che funzionano nei fatti come cellule di organizzazione etnonazionalista.
Il modello è stato descritto dagli analisti come “White Nationalism 3.0”: abbandonati i simboli nazisti e i saluti romani che attirano attenzione mediatica e repressione poliziesca, i gruppi si organizzano attorno a pratiche di preparazione fisica presentate come apolitiche. Niente uniformi, niente svastica, niente manifesti: solo uomini che si allenano insieme, costruiscono legami comunitari e si preparano nella loro narrativa per una “guerra razziale” che considerano imminente e inevitabile.
La strategia comunicativa di questi gruppi è sofisticata: usano i social media per diffondere immagini di corpi atletici e di comunità maschile solidale, intercettando un bisogno reale di appartenenza e identità che molti giovani faticano a soddisfare altrove. L’ideologia rimane sullo sfondo, accessibile a chi cerca, invisibile a chi non sa dove guardare.
VII · Lo sguardo
Capire l’estetica per smontarla
Sette anni dopo Christchurch, il panorama è radicalmente mutato. Il terrorismo di matrice estremista si è evoluto da organizzazioni gerarchiche con strutture di comando identificabili a un ecosistema fluido e transnazionale, capace di trasformare giovani isolati in “soldati” di una guerra ideologica combattuta simultaneamente nel mondo digitale e in quello reale.
La dimensione cinematografica di questo fenomeno non è un dettaglio estetico: è strutturale. La qualità visiva dei contenuti, la cura nella distribuzione, l’uso del linguaggio della cultura pop per normalizzare la violenza, tutto questo serve a un preciso scopo operativo: reclutare, radicalizzare, amplificare. Il video della GoPro di Tarrant non era documentazione: era uno strumento di guerra.
Comprendere questa estetica, le sue logiche, i suoi codici, i suoi vettori di diffusione — è il primo passo per smontarla. Non nel senso della censura, che si è dimostrata inefficace e controproducente. Ma nel senso di costruire gli anticorpi culturali e analitici necessari per riconoscere i meccanismi di seduzione e reclutamento prima che facciano presa.
La sfida non è solo tecnica o securitaria: è profondamente culturale. Riguarda la capacità delle società democratiche di offrire ai propri giovani — in particolare a quelli più vulnerabili, più soli, più arrabbiati — narrazioni di appartenenza e significato che non richiedano la distruzione dell’altro come condizione di esistenza.
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Questo articolo è basato sull’analisi del documento Le minacce estremiste e integra dati e sviluppi documentati fino all’aprile 2026. I nomi degli indagati minorenni non sono stati riportati per ragioni di tutela. Le reti citate — Terrorgram, Werwolf Division, 764 — sono state oggetto di indagini da parte di autorità giudiziarie in più paesi.
Glossario
Saints Culture: fenomeno per cui i terroristi di massa vengono elevati a figure quasi religiose negli ambienti estremisti online. Il termine “saint” è usato in modo deliberatamente provocatorio, spesso con ironia, per normalizzare la venerazione della violenza.
Accelerazionismo: ideologia che non punta alla conquista del potere politico, ma al collasso accelerato della società esistente attraverso violenza sistematica. Le sue radici teoriche affondano nel pensiero di James Mason e nel testo Siege (1992), riscoperto e rilanciato online negli anni Dieci.
