Il lato oscuro dei social
Due aggressioni a docenti, due dirette social, un’unica regia digitale: la scuola italiana è diventata il set di una nuova forma di estremismo giovanile che non conosce ideologia, solo audience.
Il filo conduttore
Trescore Balneario, provincia di Bergamo, 25 marzo 2026: un ragazzo di tredici anni entra in classe armato di coltello, pistola scacciacani e precursori chimici, indossa una maschera teschio e trasmette tutto in diretta su Telegram. La docente Chiara Mocchi riporta ferite critiche al collo e sopravvive grazie a una trasfusione in volo. Sessantasei giorni dopo, il 29 maggio, a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, si replica lo schema: un coetaneo attacca il proprio insegnante con due coltelli, con un casco integrale che funge da telecamera e il nome di stragisti famosi inciso sulla visiera. Alla base di entrambi gli episodi, secondo gli analisti, non c’è una causa politica né un manifesto ideologico classico: c’è un ecosistema digitale transnazionale che ha trasformato la violenza in contenuto, e i minori in performer.
Contesto: quando il crimine diventa spettacolo
Per comprendere quanto accaduto nelle aule di Bergamo e Trapani, bisogna prima capire cosa sia la True Crime Community (TCC): una rete diffusa e decentralizzata, nata sui social generalisti come TikTok, che glorifica autori di crimini efferati elevandoli a icone, o “Santi”, da imitare e celebrare. Non è un’organizzazione verticale con una struttura di comando: è un ecosistema liquido, fatto di video-montaggio, meme, canali crittografati e una propria estetica riconoscibile.
Il processo di radicalizzazione funziona come un imbuto. Si comincia con l’esposizione passiva a brevi clip, gli “edits” di vecchi stragisti, incastonati in musiche melodramatiche e filtri estetizzanti. Chi abbocca migra verso gruppi Telegram chiusi, dove i contenuti diventano esplicitamente violenti e il linguaggio si ispessisce di riferimenti tecnici. Qui si misurano il “kill count” (numero di vittime) e la “qualità performativa” dell’atto, come se si trattasse di un videogioco con una classifica mondiale.
I dettagli che fanno tremare
Quel che colpisce dei due episodi non è solo la vicinanza temporale, ma il “copione operativo”.
A Trescore Balneario, il tredicenne indossa pantaloni mimetici e maschera teschio, porta con sé un manifesto in inglese intitolato The Final Solution pubblicato su Telegram ore prima dell’attacco. Nel documento si descrive come superiore ai propri coetanei, “stupidi e banali”, e rivendica la propria unicità rifiutando esplicitamente l’etichetta di imitatore pur replicando nei minimi dettagli l’estetica di chi lo ha preceduto. Prima di entrare a scuola, posta un selfie con un “puppy filter”, invitando la community a usarlo per futuri meme in suo onore.
A San Vito Lo Capo, il coetaneo siciliano porta un casco integrale modificato come dispositivo di ripresa in prima persona, con incisi i nomi di celebri stragisti e la scritta “Ave Euno”. Quattro ore prima dell’attacco, scrive su TikTok: “Non incolpatemi per quel che farò tra 4 ore.”
In entrambi i casi, la diretta streaming è il fulcro dell’azione. La violenza non è il fine: è il mezzo per generare contenuti validati dalla community. La risonanza digitale, non il danno fisico, è il vero metro del successo.
La figura enigmatica di “Euno”
Il filo investigativo più inquietante è quello che collega i due episodi: la figura di Euno, identificata come una sedicenne (o un profilo che ne simula l’identità) attiva su canali Telegram della TCC. Euno opera come “validatrice emotiva”: ascolta le fantasie distruttive dei minori, le incoraggia, ne alimenta il senso di grandiosità e di missione.
Il nickname non è casuale: è un richiamo diretto a Eunus, lo schiavo siriano che guidò la prima rivolta servile in Sicilia contro Roma nel II secolo a.C. La manipolazione storica serve a nobilitare l’attacco: non è bullismo, ma “ribellione degli oppressi” contro un’istituzione percepita come tirannica. L’iscrizione “Ave Euno” sul casco di San Vito è una traccia forense di questo racconto.
C’è anche una dimensione economica: gli analisti segnalano una correlazione sospetta con il token criptovalutario EUNO, uno strumento orientato alla privacy. L’accesso a dirette esclusive e manifesti nei canali Telegram premium verrebbe regolato tramite transazioni anonime, creando un incentivo finanziario dietro la radicalizzazione nichilista.
Un vuoto legislativo e culturale
Questi episodi mettono a nudo una doppia crisi: quella delle piattaforme digitali, incapaci o poco motivate ad arginare condutture di radicalizzazione che partono da TikTok e si spostano su Telegram; e quella del sistema giuridico italiano, che non prevede imputabilità per i reati gravi commessi da chi ha meno di 14 anni nemmeno in contesti di radicalizzazione online documentata.
Gli esperti invocano un cambio di paradigma triplice:
Monitoraggio comportamentale, non ideologico: la minaccia non viene da manifesti politici, ma da pattern di consumo digitale. Intercettare l’uso di terminologia TCC prima che avvenga la migrazione verso canali crittografati è tecnicamente possibile, ma richiede volontà politica e risorse dedicate.
Approccio di salute pubblica: identificare precocemente i fattori di rischio: isolamento, bullismo subìto, esposizione prolungata a contenuti violenti e rafforzare i fattori protettivi nelle comunità scolastiche, coinvolgendo famiglie e insegnanti.
Riforma legislativa e alfabetizzazione digitale critica: affrontare il nodo della non imputabilità e, parallelamente, dotare i giovani degli strumenti cognitivi per riconoscere le tecniche di manipolazione psicologica di figure come Euno.
La scuola non può diventare un set
Due aggressioni in meno di tre mesi. Due insegnanti. Due ragazzini di tredici anni con un copione quasi identico e una platea globale ad applaudire. La scuola, presidio di civiltà per definizione rischia di trasformarsi nel palcoscenico prediletto di un estremismo senza ideologia, alimentato dall’audience e dalla sete di riconoscimento digitale.
Non è fantascienza distopica: è già successo e senza una risposta sistemica che unisca tecnologia, psicologia, diritto e cultura, succederà ancora.
La domanda che dobbiamo porci, come società, è semplice e urgente: fino a quando siamo disposti ad aspettare?
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