Quando l’AI è più rassicurante di una persona vera
Il diario: una mattina qualunque, uno scroll qualunque
Sono le 7.47 di un martedì. Marco, 24 anni, studente universitario a Milano, apre Instagram mentre il caffè si raffredda sul tavolo. Scorre il feed con il pollice in pilota automatico. Poi si ferma. Una ragazza diciotto anni, sorriso disinvolto, un selfie in una cucina di McDonald’s, la divisa leggermente sgualcita chiede guardando dritto nell’obiettivo: “Ma voi davvero non sapete cosa succede qui dentro?”
Marco non conosce laprotagonista del post. Non l’ha mai incontrata. Ma in trenta secondi si sente già dentro la sua storia. Salva il video spettando il prossimo. La segue.
Quello che Marco non sa, quello che quasi nessuno di noi sa (o finge di non sapere ed è questo il bello della storia che vedremo più avanti), è che Beatrice Moretti (la protagonista) non esiste. Non è mai esistita. È un’identità sintetica costruita con strumenti di intelligenza artificiale generativa, progettata con la precisione di un ingegnere e la psicologia di un venditore esperto. Una persona che non ha mai respirato su questa terra, ma che ha già convinto migliaia di persone come Marco a fidarsi di lei.
Questo è il punto di partenza di una domanda che dobbiamo porci: stiamo costruendo un mondo in cui preferiamo le presenze artificiali a quelle umane non perché siamo ingenui, ma perché le ci fanno sentire meglio?
Il fenomeno: architettura di un’illusione
Il caso “Beatrice Moretti” documentato attraverso un’analisi forense OSINT approfondita è il prototipo di quello che gli esperti chiamano identità sintetica: un profilo digitale costruito artificialmente per generare fiducia, stupore e, infine, denaro.
La costruzione segue tre fasi precise, quasi chirurgiche.
Prima fase: la costruzione della fiducia. Il profilo nasce come quello di una liceale milanese di diciotto anni. Selfie quotidiani, storie ordinarie, amiche, viaggi. Tutto ciò che serve a far abbassare le difese. Il cervello umano è straordinariamente sensibile ai segnali di autenticità quotidiana: non siamo attratti dalla perfezione, siamo attratti dalla normalità riconoscibile.
Seconda fase: il vettore scandalistico. Quando l’attenzione è guadagnata, il contenuto muta radicalmente. Compaiono video girati nelle cucine di fast food esteticamente “sporchi”, con l’estetica tremolante di una telecamera di sicurezza che mostra tensioni lavorative, allusioni sessuali, situazioni al limite. Il cervello si attiva. Lo stupore genera condivisione compulsiva.
Terza fase: la conversione economica. L’attenzione diventa morbosità, diventa denaro. L’utente viene guidato quasi inconsapevolmente da Instagram a Telegram a OnlyFans, dove il modello di monetizzazione si chiude con abbonamenti, contenuti a pagamento, messaggi privati a tariffa premium.
Quello che rende questo schema non solo tecnicamente sofisticato, ma psicologicamente devastante, è la sua efficienza. Il costo di produzione mensile di un profilo del genere strumenti di AI generativa per immagini e video, automazione dei testi, gestione delle landing page si aggira intorno agli 82 euro al mese. Il ritorno sull’investimento, anche in scenari conservativi, supera il 500%. In scenari ottimistici, si parla di cifre nell’ordine dei sei zeri.
Il meccanismo psicologico: perché ci caschiamo
La domanda non è “come fanno a ingannarci”. La domanda è: cosa soddisfano, dentro di noi, queste presenze artificiali?
Beatrice Moretti funziona perché non ci chiede nulla. Non ha una brutta giornata. Non è stanca. Non ci delude. È sempre disponibile, sempre narrativamente coerente, sempre capace di attivare esattamente la risposta emotiva che cerca.
Questo tocca qualcosa di molto profondo nella psicologia umana contemporanea: la dipendenza da feedback immediato e il bisogno di connessione a basso costo emotivo. I social media ci hanno abituato a relazioni che funzionano come distributori automatici: inserisci attenzione, ottieni risposta. Le identità sintetiche ottimizzano questo meccanismo al massimo. Non c’è latenza, non c’è ambiguità, non c’è il rischio di essere rifiutati.
C’è un concetto in psicologia che si chiama intermittent reinforcement rinforzo intermittente. È il meccanismo per cui i comportamenti più difficili da estinguere sono quelli che vengono premiati in modo imprevedibile. Le slot machine funzionano così. I social media, con i loro algoritmi di engagement, allo stesso modo. E i profili sintetici avanzati progettati per massimizzare lo stupore e la risposta emotiva ne sono la versione più evoluta e sofisticata.
Ma c’è qualcosa di ancora più sottile. Il profilo sintetico ci offre il paradosso della vicinanza controllata: la sensazione di conoscere qualcuno, di essere dentro la sua vita, senza la vulnerabilità che la vicinanza reale comporta. Non dobbiamo essere interessanti per Beatrice. Non dobbiamo essere presenti. Non dobbiamo fare niente. Possiamo semplicemente guardare.
Il confronto con l’umano: dove perdiamo il confine
Il caso di Aitana López, influencer virtuale spagnola interamente generata dall’AI, rende il fenomeno ancora più esplicito. Aitana non è una truffa: è dichiaratamente artificiale. Eppure genera guadagni fino a 10.000 euro al mese con post sponsorizzati, costruisce relazioni parasociali con i suoi seguaci, riceve messaggi da persone che sapendo che è un’AI continuano a scriverle come se fosse una persona.
Questo è il momento in cui la questione smette di essere tecnica e diventa profondamente umana.
Le relazioni parasociali il legame emotivo unilaterale che sviluppiamo con persone o personaggi che non ci conoscono sono sempre esistite. Le avevamo con gli attori cinematografici, con i personaggi dei romanzi, con i cantanti. La novità dell’AI è che queste “relazioni” possono essere rese interattive, personalizzate, responsive. Un personaggio AI può risponderci, ricordare le nostre preferenze, sembrare felice di sentirci.
E qui emerge la domanda più difficile: se un’entità artificiale può darci sensazione di essere ascoltati, compresi, desiderati ma una relazione reale richiede fatica, incomprensioni, tempi e spazi che non sempre coincidono non è razionale, in qualche modo, scegliere l’artificiale?
La risposta psicologica è: dipende da cosa intendiamo per razionale.
A breve termine, una connessione artificiale ottimizzata funziona davvero. Ci fa sentire ascoltati, visti, coinvolti senza il rischio di essere delusi, fraintesi, abbandonati. È comoda, è disponibile, è prevedibile. E il nostro cervello, che cerca costantemente la ricompensa con il minimo sforzo, la sceglie volentieri.
Il problema emerge quando guardiamo più lontano. Ogni relazione umana autentica ci chiede di fare una cosa che nessuna AI potrà mai esigerci: tollerare che l’altro non sia perfetto. Che arrivitardi. Che risponda male. Che non capisca al volo. Che abbia i suoi momenti bui. È esattamente in quel disagio nell’imparare a stare con qualcuno di imperfetto, a negoziare, a cedere, a resistere che cresciamo come persone.
Le relazioni difficili ci formano proprio per questo. Se togliamo la frizione, togliamo anche la trasformazione.
Una presenza artificiale ci dà tutto tranne una cosa: la possibilità di essere davvero conosciuti da qualcuno che ha scelto di restare, pur potendo andarsene.
L’effetto sistemico: quando il falso diventa più reale del vero
I dati sono illuminanti. Il 51% dei giovani usa Instagram e TikTok come fonti primarie di informazione. 1 utente su 3 interagisce attivamente con contenuti che sono falsi. Non perché non sappia distinguere e spesso lo sa, o lo sospetta ma perché il contenuto falso è narrativamente più efficace, emotivamente più coinvolgente, algoritmicamente più presente.
Stiamo assistendo a quella che potremmo chiamare estetica della simulazione: una progressiva preferenza non conscia, non deliberata per le versioni ottimizzate della realtà rispetto alla realtà stessa. Non è una questione di stupidità. È una questione di stimolazione: il contenuto sintetico è costruito per eccitare i circuiti cognitivi dell’attenzione in modo più efficiente di quanto possa fare qualsiasi contenuto autentico.
Il brand attack a McDonald’s dove l’identità sintetica di Beatrice viene collocata fisicamente all’interno di un luogo reale, creando una narrazione scandalistica credibile è solo l’esempio più visibile di un fenomeno più vasto. La smentita di una fake news non viaggia mai alla stessa velocità della notizia falsa. Il ritardo tra il momento in cui qualcosa viene creduto e il momento in cui viene corretto è, di fatto, diventato un vantaggio strutturale per chi produce il falso.
Questo non riguarda solo le multinazionali. Riguarda la percezione che abbiamo degli altri, delle relazioni, di noi stessi.
Una riflessione finale: cosa stiamo cercando davvero
Alla fine di questa analisi, quello che rimane non è solo un allarme non voglio usare toni catastrofisti, non sarebbe onesto né utile. Quello che rimane è una domanda.
Beatrice Moretti e tutto ciò che rappresenta esiste perché risponde a un bisogno reale. Il bisogno di connessione, di attenzione, di un volto che ci guardi. Questi bisogni non sono sbagliati. Sono umani, profondi, legittimi. Il problema non è averli. Il problema è quando iniziamo a soddisfarli esclusivamente attraverso canali che non possono per definizione restituirci nulla di reale.
Le intelligenze artificiali ci daranno presenze sempre più convincenti. Modelle, amici, partner virtuali disponibili 24 ore su 24, senza stanchezza, senza impazienza, senza i limiti che rendono difficile ogni relazione umana. E molte persone giovani, adulti, anziani troveranno in quelle presenze qualcosa che cercavano da molto tempo.
Non possiamo fermare questo. Forse non dovremmo nemmeno volerlo fermare del tutto. Ma possiamo scegliere consapevolmente cosa stiamo cercando quando apriamo un’app, quando seguiamo un profilo, quando investiamo la nostra attenzione emotiva in una presenza digitale.
La domanda non è “è reale o artificiale?”. La domanda è: cosa sto nutrendo, dentro di me, quando scelgo questa connessione?
Riconosciti. Rifletti. Condividi.
Ti è mai capitato di sentirti più coinvolto da un contenuto digitale un video, un profilo, una storia che da una conversazione reale? Di preferire la semplicità di una presenza online alla complessità di una relazione vera?
Non è una colpa. È un segnale.
Fatti questa domanda oggi: nell’ultima settimana, quale connessione ha nutrito davvero qualcosa in te umana o digitale? E cosa ti ha chiesto in cambio?
Se questo articolo ti ha fatto pensare, condividilo. Non perché lo dico io — ma perché queste domande meritano di circolare in conversazioni reali, tra persone reali. Il mondo sintetico cresce nell’ombra della nostra distrazione. La consapevolezza è l’unico antidoto che non si può programmare.
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