Anatomia di una rivolta senza futuro
Dalla Francia all’Italia, dalla Spagna alla Grecia, una nuova generazione scende in piazza contro il carovita, la precarietà e la perdita di fiducia nelle istituzioni. Ma accanto alla protesta organizzata emerge una violenza frammentata, amplificata dagli algoritmi e trasformata in spettacolo. Chi alimenta questa rabbia? E cosa resta dell’eredità del Sessantotto?
L’Europa in piazza, tra protesta e violenza
Una vetrina infranta, un telefono acceso, una folla che corre. Qualcuno filma, qualcuno urla, molti condividono. Pochi secondi e quelle immagini attraversano migliaia di chilometri, trasformando un episodio di violenza urbana in un contenuto virale. È anche attraverso questo nuovo linguaggio che si racconta la rabbia giovanile esplosa nelle città europee nell’ottobre 2026.
Il 17 e 18 ottobre, dalla Francia all’Italia, manifestazioni contro il carovita, la precarietà e il degrado dell’istruzione sono state accompagnate, in diverse città, da scontri con le forze dell’ordine, incendi e saccheggi. La Francia ha registrato una mobilitazione nazionale di centinaia di migliaia di persone; a Milano, nei due giorni, gruppi di giovanissimi hanno devastato negozi e arredi urbani, riunendosi anche attraverso i social network. In Spagna, Portogallo, Albania e, nei giorni successivi, Grecia, altre proteste hanno espresso tensioni sociali e politiche differenti, ma riconducibili a una crescente sfiducia nel futuro.
La domanda non riguarda soltanto l’ordine pubblico, riguarda soprattutto una generazione che percepisce sempre più difficile l’accesso alla casa, al lavoro e a una vita indipendente.
Nel 1968 si contestava il sistema per cambiarlo. Oggi, almeno in alcune frange della rivolta, si finisce per distruggere ciò a cui si vorrebbe appartenere. È un’antitesi provocatoria, ma utile per comprendere una trasformazione che non riguarda soltanto le piazze: riguarda il rapporto tra politica, consumismo, tecnologia e identità.
Un continente, molte ragioni per protestare
Non esiste un unico movimento europeo della rivolta, né è ancora dimostrata l’esistenza di una regia comune. Esistono piuttosto condizioni economiche e sociali che rendono riconoscibili, anche oltre i confini nazionali, le ragioni del malcontento.
In Francia, il 17 ottobre, il Ministero dell’Interno ha stimato circa 550.000 manifestanti in 110 cortei, mentre gli organizzatori ne hanno rivendicati 800.000. La mobilitazione, nata anche dalle proteste degli studenti contro le condizioni dell’istruzione pubblica, ha coinvolto sindacati, lavoratori e realtà legate ai Gilet gialli. Una larga parte dei cortei è stata pacifica, ma diversi centri urbani hanno registrato violenze e saccheggi.
In Italia, Milano è diventata il simbolo della degenerazione violenta di una parte della contestazione. Secondo il bilancio diffuso il 19 ottobre dalle fonti di pubblica sicurezza, nella sola giornata di domenica 18 ottobre sono state accompagnate in questura 271 persone, 220 delle quali minorenni. Il dato iniziale indicava 32 arresti e 28 denunce, oltre a 14 operatori delle forze dell’ordine feriti. Le indagini e le convalide giudiziarie sono proseguite nei giorni successivi.
- 550–800 mila Manifestanti, secondo autorità e organizzatori
- 271 Persone accompagnate in questura
- 81,2% Quota di minorenni tra gli accompagnati
Fonti: TF1/AFP e Questura di Milano, dati comunicati il 17–19 ottobre 2026. Le cifre descrivono eventi e popolazioni differenti e non sono direttamente confrontabili.
In Spagna e Portogallo il tema centrale è l’emergenza abitativa, con giovani che denunciano l’impossibilità di sostenere affitti e costi universitari. In Albania la protesta assume anche una dimensione anticorruzione, legata alla sfiducia nelle istituzioni e alle contestazioni contro i grandi progetti immobiliari.
In Grecia, il 21 ottobre, circa 10.000 persone secondo le stime della polizia hanno partecipato a un corteo ad Atene chiedendo maggiori finanziamenti per la scuola pubblica, alloggi per studenti e migliori condizioni di lavoro per gli insegnanti.
Queste differenze impediscono di ridurre tutti i movimenti a un’unica definizione. La protesta non è sinonimo di violenza e una generazione non può essere giudicata sulla base dei comportamenti dei suoi gruppi più estremi.
Eppure, proprio nelle frange violente affiora un cambiamento che merita attenzione.
Dalla contestazione politica al tumulto senza rappresentanza
Per comprendere questa trasformazione, è utile distinguere due fenomeni: la protesta organizzata, che formula rivendicazioni e cerca interlocutori, e il riot, il tumulto urbano nel quale l’azione distruttiva può diventare prevalente rispetto all’obiettivo politico.
I movimenti studenteschi tradizionali dispongono di assemblee, organizzazioni, portavoce e documenti programmatici. Alcuni gruppi coinvolti nelle violenze del fine settimana milanese, invece, si sono aggregati attraverso convocazioni digitali, senza una leadership pubblicamente riconoscibile e con obiettivi spesso non formulati o addirittura assenti.
È una forma di mobilitazione disintermediata: non occorre più un’organizzazione stabile per richiamare centinaia di persone nello stesso luogo.
Questo non significa che ogni giovane coinvolto sia privo di idee politiche, ma che in alcuni contesti, la partecipazione può nascere da motivazioni differenti: protesta economica, appartenenza al gruppo, desiderio di visibilità, emulazione e persino opportunismo.
La rabbia può essere autentica senza che ogni sua manifestazione sia politicamente consapevole.
E quando la distruzione diventa l’unico linguaggio riconoscibile, emerge una contraddizione: si cerca di farsi ascoltare attraverso gesti che finiscono per cancellare le ragioni stesse della protesta.
Il Sessantotto aveva un’utopia. La Generazione Z ha un algoritmo
Il confronto con il Sessantotto è inevitabile, ma va affrontato senza nostalgia e senza semplificazioni.
Gli studenti del 1968 contestavano l’autoritarismo, il capitalismo, la guerra, i modelli familiari e le gerarchie sociali. Occupavano università e fabbriche, organizzavano assemblee, producevano documenti, ciclostilavano volantini. La loro mobilitazione aveva riferimenti ideologici riconoscibili, spesso marxisti, libertari o anti-imperialisti.
Non erano movimenti omogenei e non furono sempre pacifici. Tuttavia, almeno nelle loro componenti principali, esprimevano un progetto di trasformazione politica e culturale.
Oggi le cose sono più complesse. Accanto a organizzazioni studentesche ancora strutturate, esistono aggregazioni spontanee capaci di mobilitarsi senza un manifesto, senza un leader e talvolta senza rivendicazioni condivise.
| Dimensione | Sessantotto | Frange violente del 2026 |
|---|---|---|
| Obiettivo | Trasformazione politica e sociale | Rabbia, rivendicazioni immediate, visibilità |
| Organizzazione | Assemblee, collettivi, rappresentanti | Aggregazioni fluide, gruppi digitali |
| Comunicazione | Volantini, giornali, occupazioni | TikTok, Instagram, Snapchat, Telegram |
| Rapporto con il consumo | Critica alla società dei consumi | Talvolta appropriazione degli status symbol |
| Ricerca del consenso | Militanza e mobilitazione collettiva | Appartenenza al gruppo e riconoscimento online |
La comparazione riguarda soprattutto le frange protagoniste dei saccheggi: non descrive l’intera Generazione Z né tutti i movimenti contemporanei.
C’è però un paradosso particolarmente interessante. Nel Sessantotto si rifiutava la merce perché rappresentava il sistema. Nel 2026, in alcuni saccheggi, si distrugge la vetrina per impossessarsi della merce che quello stesso sistema produce.
Non si vuole necessariamente abbattere il consumismo, si vuole conquistare, anche attraverso la violenza, ciò che il consumismo promette e che la precarietà rende inaccessibile. La ribellione contro il sistema rischia così di trasformarsi nella sua più estrema celebrazione.
La società dello spettacolo ha trovato un nuovo palcoscenico
Nel 1967, il filosofo francese Guy Debord pubblicava La società dello spettacolo, un’opera destinata a influenzare profondamente la critica della cultura contemporanea.
Debord sosteneva che, nelle società moderne, le relazioni sociali fossero sempre più mediate dalle immagini.
Quasi sessant’anni dopo, quella riflessione sembra acquistare un significato nuovo. Non basta più partecipare a un evento: bisogna documentarlo. Non basta compiere un gesto: bisogna renderlo visibile. Non basta protestare: occorre conquistare attenzione.
La violenza può diventare contenuto, il contenuto può generare interazioni e le interazioni possono trasformarsi in riconoscimento sociale.
Il processo non è necessariamente deliberato. Nessun algoritmo ordina a un ragazzo di infrangere una vetrina. Ma piattaforme progettate per massimizzare il coinvolgimento possono contribuire alla diffusione di immagini emotivamente intense, aumentando la visibilità di determinati comportamenti.
A Milano, secondo le ricostruzioni di cronaca, i social network hanno avuto un ruolo nella convocazione dei gruppi e nella circolazione delle immagini degli scontri.
E qui che nasce una domanda scomoda: sono i giovani a utilizzare i social per manifestare la propria rabbia, oppure è la logica dei social a influenzare il modo in cui quella rabbia viene manifestata?
Probabilmente entrambe le dinamiche contribuiscono al fenomeno. Ma la loro importanza relativa richiede ancora indagini.
Chi fomenta la rivolta? Il confine tra malcontento e manipolazione
La questione di burattinai occulti è forse la più delicata.
Attribuire ogni disordine a una regia significherebbe negare l’esistenza di problemi economici e sociali concreti, ma escludere a priori qualsiasi manipolazione, tuttavia, sarebbe altrettanto superficiale.
Il 20 ottobre è stata divulgata un’analisi delle società Cyabra e Arcadia dedicata alla circolazione dei contenuti social durante le proteste francesi del 17 ottobre.
La protesta nell’ecosistema digitale
Dati riportati dall’indagine Cyabra–Arcadia
- 290 milioni di visualizzazioni dei 4.497 post analizzati
- 30,2% account classificati come falsi nella conversazione #Manifestationdu17 su X
I valori riguardano il campione e gli hashtag esaminati, non l’intera conversazione online. Le classificazioni degli account dipendono dalla metodologia adottata.
Tra i casi segnalati compare un account falso che attribuiva alla polizia francese l’incendio deliberato di un cassonetto: il contenuto ha raggiunto circa 1,29 milioni di visualizzazioni. Altri messaggi hanno diffuso accuse non verificate, immagini manipolate e racconti costruiti per provocare indignazione.
Il meccanismo è relativamente semplice: una notizia emotivamente esplosiva viene introdotta nella conversazione, rilanciata da profili artificiali e successivamente condivisa da persone reali, spesso inconsapevoli della sua origine.
La manipolazione non deve necessariamente creare un conflitto. Può limitarsi ad amplificarlo.
La pista della guerra ibrida: cosa sappiamo davvero?
In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha evocato l’ipotesi di una guerra ibrida condotta attraverso gli strumenti digitali. Sono emersi sospetti anche sulle attività di reti di disinformazione riconducibili alla Russia.
Ma è fondamentale distinguere le accuse dalle prove.
Il 21 ottobre, Euronews ha riferito che non esistono evidenze conclusive di una regia straniera dietro i disordini europei. Esistono invece riscontri dell’utilizzo propagandistico delle proteste da parte di reti di disinformazione filorusse, tra cui Doppelgänger e Operation Overload. Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato che non risultava ancora una prova materiale certa di un’organizzazione occulta dei disordini milanesi.
La distinzione è decisiva: sfruttare una rivolta a fini propagandistici non significa averla organizzata. La vera vulnerabilità delle democrazie non nasce soltanto da chi diffonde informazioni false, ma anche dall’esistenza di un pubblico già sfiduciato, polarizzato e predisposto a considerarle credibili.
La frattura generazionale: quando il futuro diventa un privilegio
Sarebbe un errore interpretare questi fenomeni esclusivamente come una questione di sicurezza.
Dietro le manifestazioni esistono problemi concreti: il costo degli alloggi, la precarietà lavorativa, la difficoltà di emanciparsi economicamente dalla famiglia, la percezione di un sistema che chiede sacrifici senza garantire opportunità.
Le generazioni precedenti sono cresciute, in buona parte dell’Europa del dopoguerra, con l’aspettativa di migliorare la propria posizione sociale.
Per molti giovani quella promessa appare oggi meno credibile.
A questo si aggiungono nuove incertezze legate all’automazione e all’intelligenza artificiale, che potrebbero modificare profondamente l’accesso al mercato del lavoro, soprattutto nelle professioni d’ingresso.
Naturalmente, la precarietà non conduce necessariamente alla violenza. Milioni di giovani attraversano difficoltà economiche senza partecipare ad alcun disordine, ed è proprio questa l’obiezione da non eludere.
Le condizioni sociali possono contribuire a spiegare la rabbia, ma non giustificano né determinano automaticamente la scelta di esercitare violenza.
Chi incendia un edificio, aggredisce un agente o saccheggia un negozio compie atti per i quali esistono responsabilità individuali. Tuttavia, perseguire il reato senza interrogarsi sulle condizioni che rendono attrattiva la violenza significa intervenire sugli effetti e lasciare intatte le cause.
Più sicurezza o più diritti? Una falsa alternativa
La reazione dei governi europei è stata prevalentemente orientata al ripristino dell’ordine pubblico: rafforzamento delle forze di sicurezza, misure preventive, indagini digitali e provvedimenti restrittivi.
Sono strumenti che possono risultare necessari davanti a violenze concrete.
Ma una democrazia deve porsi anche un’altra domanda: fino a che punto può estendere il controllo senza compromettere i diritti che intende proteggere?
Il rischio è costruire un circuito nel quale l’insicurezza produce nuove misure di sorveglianza, mentre la sorveglianza, percepita come indiscriminata, alimenta ulteriore sfiducia.
Una risposta efficace dovrebbe perciò svilupparsi su più piani: prevenzione della violenza, investimenti nell’istruzione, politiche abitative accessibili, opportunità lavorative e maggiore trasparenza nei sistemi digitali di raccomandazione dei contenuti.
Serve anche un’educazione critica ai media, capace di insegnare a distinguere testimonianze autentiche, video decontestualizzati, contenuti artificiali e propaganda.
La sicurezza non deve sostituire la politica sociale. La politica sociale non deve diventare un alibi per rinunciare alla sicurezza.
Dal diritto alla protesta al rischio dell’oblio
Il Sessantotto voleva cambiare il mondo e, in parte, contribuì a trasformarlo, non perché ogni sua idea fosse giusta, ma perché seppe mettere in discussione istituzioni, linguaggi e rapporti di potere.
Le proteste dell’autunno 2026 raccontano un’altra realtà più frammentata, non necessariamente una generazione senza ideali, ma una generazione attraversata da profonde disuguaglianze, nella quale convivono movimenti strutturati e forme di ribellione prive di una prospettiva politica riconoscibile.
La nuova piazza non è più soltanto una strada, una scuola o un’università, è anche uno schermo sul quale il dissenso viene riprodotto, commentato, manipolato e consumato.
Ed è qui che emerge il rischio maggiore.
Una protesta senza un progetto può diventare un evento, un evento può diventare un video, un video può diventare virale e ciò che oggi conquista milioni di visualizzazioni domani può essere dimenticato.
Il Sessantotto voleva lasciare un segno nella storia, la rivolta digitale rischia di lasciare soltanto una traccia nell’algoritmo.
Ma sarebbe ingiusto considerare inevitabile questo destino.
La domanda, allora, non è soltanto chi stia fomentando la rabbia dei giovani, ma chi sia disposto ad ascoltarla, comprenderla e trasformarla in confronto democratico prima che diventi distruzione.
Perché una società che smette di ascoltare il proprio futuro rischia, prima o poi, di sentirlo soltanto quando fa rumore.
E tu cosa ne pensi? Siamo davanti a una nuova forma di contestazione politica oppure a una rabbia collettiva che i social trasformano in spettacolo? Quali responsabilità hanno la politica, le piattaforme digitali e la società degli adulti?
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