Il nuovo spettacolo della violenza
Dall’annuncio del Pentagono di trasmettere l’esecuzione di Nidal Hasan alle parole dell’arcivescovo Coakley, dalla comunicazione politica di Trump alla distopia di The Running Man. La pena capitale rischia di diventare un nuovo spettacolo nell’economia dell’attenzione. Ma chi è davvero il protagonista: il condannato, il potere o il pubblico?
La morte in prima serata. Accomodatevi.
Una pizza sul tavolino, qualche birra, gli amici sul divano. Il televisore è acceso. Qualcuno abbassa le luci, qualcun altro controlla il cellulare. Tra pochi minuti un uomo verrà fucilato. Non siamo sul set di un film di Quentin Tarantino, né davanti all’ennesima distopia hollywoodiana. È uno scenario che potrebbe diventare realtà negli Stati Uniti il prossimo 3 dicembre 2026, quando, nella base militare di Fort Hood, in Texas, è prevista l’esecuzione capitale di Nidal Malik Hasan, l’ex maggiore dell’esercito americano condannato per aver ucciso 13 persone e averne ferite altre 32 nel 2009. L’8 ottobre il Pentagono ha annunciato l’intenzione di trasmettere la fucilazione in diretta streaming, riaprendo una questione che supera i confini della giustizia penale: quando la morte diventa un contenuto audiovisivo, dove finisce il diritto di informare e dove comincia lo spettacolo?
Nidal Hasan: quando il patibolo ritorna davanti al pubblico
Il 5 novembre 2009, nella base militare di Fort Hood, Nidal Hasan, psichiatra dell’esercito statunitense, aprì il fuoco contro militari e personale presenti nella struttura. Tredici persone persero la vita e 32 rimasero ferite. Nel 2013 un tribunale militare lo condannò alla pena capitale per omicidio premeditato e tentato omicidio.
Il 5 ottobre 2026 il presidente Donald Trump ha autorizzato l’esecuzione, fissata per il 3 dicembre mediante fucilazione. Se avrà luogo, sarà la prima esecuzione militare americana dal 1961 e la prima mediante plotone d’esecuzione dal 1945. La data potrebbe tuttavia slittare a causa di ulteriori procedimenti giudiziari.
A trasformare questa vicenda in qualcosa di particolarmente significativo non è soltanto il metodo scelto, ma la decisione di renderne accessibili le immagini attraverso una trasmissione in streaming. Le modalità tecniche della diffusione però non sono ancora state precisate.
Non sarebbe comunque la prima volta che un’esecuzione capitale si trasforma in un evento pubblico. Per secoli, negli Stati Uniti come in Europa, impiccagioni e decapitazioni hanno attirato folle di curiosi. La pena doveva essere vista, non soltanto eseguita: la sofferenza del condannato diventava un ammonimento collettivo, una rappresentazione concreta dell’autorità dello Stato.
Nel 1936, a Owensboro, nel Kentucky, migliaia di persone assistettero all’impiccagione di Rainey Bethea, ricordata come una delle ultime grandi esecuzioni pubbliche americane. In seguito, anche per sottrarre la pena capitale alla dimensione dello spettacolo, le esecuzioni vennero progressivamente allontanate dagli occhi della folla.
Novant’anni dopo, il patibolo potrebbe tornare davanti al pubblico, ma con una differenza sostanziale: non servirà più raggiungere una piazza.
Basterà una connessione Internet.
La folla non si radunerà necessariamente davanti al condannato. Potrà trovarsi ovunque, nelle abitazioni, negli uffici, sui mezzi pubblici, con lo smartphone in mano.
Ieri era il pubblico a raggiungere il patibolo. Domani potrebbe essere il patibolo a raggiungere il pubblico.
Pete Hegseth e la pedagogia della punizione
La posizione del segretario alla Difesa Pete Hegseth è centrale per comprendere la finalità dichiarata dell’iniziativa.
Durante un’intervista concessa l’8 ottobre all’emittente Real America’s Voice, Hegseth ha sostenuto che l’esecuzione dovesse essere pubblica affinché tutti potessero vedere quanto siano gravi le conseguenze di un crimine come quello compiuto da Hasan. Il Pentagono ha successivamente confermato il progetto di trasmissione in diretta.
L’argomentazione è riconoscibile: rendere visibile la punizione significherebbe rafforzare il suo valore esemplare.
È la logica della deterrenza, secondo la quale la prospettiva di una pena estremamente severa dovrebbe scoraggiare comportamenti criminali simili.
Ma esiste una differenza sostanziale tra conoscere le conseguenze di un delitto e assistere materialmente alla morte del suo autore.
Nel 2012 il National Research Council delle National Academies statunitensi pubblicò il rapporto Deterrence and the Death Penalty, giungendo a una conclusione significativa: gli studi esaminati non permettevano di stabilire in modo scientificamente affidabile se la pena capitale riducesse, aumentasse o non modificasse i tassi di omicidio.
Il rapporto non dimostrava quindi che la pena di morte fosse inefficace, ma neppure autorizzava a considerare provata la sua efficacia deterrente.
La trasmissione di un’esecuzione introduce una questione ulteriore, sulla quale non si possono trasferire automaticamente le conclusioni degli studi sulla pena capitale: vedere qualcuno morire insegna davvero il valore della vita, oppure abitua a considerare la morte una forma di punizione spettacolare?
Chi difende la scelta può sostenere che la trasparenza consenta ai cittadini di verificare ciò che lo Stato compie in loro nome. È un’obiezione importante, soprattutto quando si parla di una pena irreversibile.
Ma la trasparenza richiede necessariamente una diretta accessibile a chiunque? Non sarebbero sufficienti controlli indipendenti, testimonianze di osservatori qualificati, documentazione pubblica e verifiche giornalistiche?
Sono due concezioni diverse della visibilità: una serve a rendere il potere responsabile delle proprie decisioni, l’altra rischia di trasformare quelle decisioni in immagini destinate al consumo.
L’arcivescovo Coakley e la cultura della morte
A intervenire nel dibattito è stato anche Paul Stagg Coakley, arcivescovo di Oklahoma City e presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti.
In una dichiarazione riportata da Vatican News il 9 ottobre, Coakley ha condannato la scelta del Pentagono definendola una promozione barbara di una cultura della morte, chiedendo che venga riconsiderata.
Pur ribadendo che le azioni di Hasan non possono in alcun modo essere giustificate, l’arcivescovo ha avvertito che una simile decisione rischia di compromettere ulteriormente il tessuto morale della nazione.
Le sue parole pongono una questione che va oltre la dottrina cattolica e il confronto politico sulla pena capitale.
Una società può condannare il responsabile di un massacro, riconoscere il dolore delle vittime, pretendere giustizia e contemporaneamente interrogarsi sui limiti della rappresentazione pubblica di quella stessa giustizia.
Anzi, è proprio la gravità dei crimini commessi da Hasan a rendere necessario distinguere i due piani.
Il rispetto dovuto alle tredici persone assassinate e alle loro famiglie non dovrebbe essere confuso con l’eventuale soddisfazione di assistere alla morte del colpevole. Ed è giusto ricordare che non tutte le vittime o i loro familiari condividono necessariamente la stessa idea di giustizia.
La riflessione dell’arcivescovo introduce così una domanda profondamente laica: se la violenza è ciò che vogliamo combattere, quale significato assume la decisione di mostrare la violenza punitiva a un pubblico potenzialmente illimitato?
Dalla Trump TV alla politica trasformata in spettacolo
C’è poi una dimensione strettamente comunicativa.
Donald Trump non è soltanto il 45° presidente degli Stati Uniti. Prima della sua carriera politica è stato anche un protagonista dell’intrattenimento televisivo, in particolare attraverso il reality The Apprentice, che ha contribuito a consolidarne l’immagine pubblica.
La sua comunicazione politica utilizza da anni strumenti familiari al linguaggio dello spettacolo: personalizzazione del conflitto, frasi immediate, contrapposizioni nette e capacità di trasformare gli eventi in appuntamenti mediatici.
È in questo senso, metaforico e non letterale, che possiamo parlare di Trump TV: una politica che sa utilizzare i meccanismi della televisione e delle piattaforme digitali per costruire attenzione intorno alle proprie decisioni.
Non esiste, allo stato attuale, un programma televisivo commerciale annunciato per l’esecuzione di Hasan, né una prova che la Casa Bianca abbia predisposto un reality della pena capitale. Attribuirle un progetto simile significherebbe confondere un’interpretazione critica con un fatto.
Esiste però una decisione concreta: rendere pubblicamente visibile un’esecuzione attraverso lo streaming.
E questo basta a introdurre un interrogativo.
Se la politica costruisce parte del proprio consenso attraverso immagini capaci di suscitare emozioni, indignazione, paura o soddisfazione, cosa accade quando anche la morte di un condannato entra in questo linguaggio?
La politica diventa spettacolo oppure è lo spettacolo a diventare una forma di esercizio del potere?
Perché un conto è informare i cittadini sulle scelte compiute dalle istituzioni, un altro è trasformare la loro forza visiva in uno strumento di comunicazione.
La distinzione non è marginale. Riguarda il confine tra il diritto di conoscere e il desiderio di guardare.
Il feticismo della morte: quando la violenza diventa un’abitudine
Ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi immagini di bombardamenti, corpi senza vita, incidenti, aggressioni, attentati e catastrofi. La televisione le seleziona, i social network le moltiplicano, gli algoritmi possono amplificarne la diffusione.
Un’immagine ci indigna. Quella successiva ci spaventa. Un’altra ci incuriosisce. Poi scorriamo verso il prossimo contenuto.
La morte entra nella nostra quotidianità attraverso uno schermo e finisce per condividere lo stesso spazio digitale di una ricetta, di un video musicale o della pubblicità di un’automobile.
Non significa che gli esseri umani siano diventati inevitabilmente insensibili. La ricerca scientifica descrive una realtà più complessa.
Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences ha evidenziato che l’esposizione ripetuta a immagini particolarmente cruente di guerre e attentati può associarsi a maggiore disagio psicologico e sintomi di stress. Guardare la sofferenza, dunque, non equivale necessariamente ad abituarsi a essa: può anche significare esserne profondamente colpiti.
Ma il problema culturale rimane.
Quando immagini di morte e sofferenza diventano contenuti ordinari di una giornata digitale, rischiamo di perdere il contesto umano che le rende comprensibili.
La vittima diventa un’immagine. Il dolore diventa una sequenza. L’orrore diventa qualcosa da commentare.
È qui che si può parlare, in senso metaforico, di un nuovo feticismo della morte: non tanto il desiderio patologico di assistere alla sofferenza, quanto la trasformazione della sua rappresentazione in un oggetto autonomo di consumo.
Non guardiamo più necessariamente per comprendere. Talvolta guardiamo perché qualcosa ci attrae, ci respinge, ci provoca una reazione.
Una diretta dell’esecuzione di Hasan potrebbe introdurre un’ulteriore trasformazione: non assisteremmo alle conseguenze di una violenza già avvenuta, ma a un atto letale programmato, annunciato e reso disponibile per la visione.
Una morte con una data, un orario e potenzialmente un pubblico.
Il business della morte: quanto vale un’esecuzione in streaming?
Se c’è un elemento che caratterizza l’attuale ecosistema digitale è la capacità di trasformare l’attenzione in valore economico.
Visualizzazioni, condivisioni, permanenza sulle piattaforme, interazioni e traffico pubblicitario costituiscono risorse preziose per l’industria dei contenuti.
Nel marzo 2025, uno studio pubblicato su PNAS Nexus, dedicato agli algoritmi di classificazione dei contenuti su Twitter, ha rilevato come un sistema ottimizzato per massimizzare il coinvolgimento degli utenti tendesse ad amplificare messaggi politici emotivamente divisivi e ostili verso i gruppi avversari rispetto a una sequenza cronologica.
Questo non dimostra che i social network favoriranno la circolazione delle immagini della fucilazione. Mostra però un meccanismo economico e tecnologico fondamentale: ciò che cattura l’attenzione può acquisire maggiore visibilità, indipendentemente dal suo valore informativo.
E una morte annunciata in diretta potrebbe generare un’enorme quantità di contenuti collaterali: commenti, reazioni, dibattiti, analisi, clip, meme e ricostruzioni.
Non abbiamo elementi per affermare che esista già un business organizzato intorno all’esecuzione di Hasan. Nessuno sponsor, accordo commerciale o sistema di abbonamento è stato confermato.
Anzi, restano aperte domande sulle modalità di diffusione. Il 9 ottobre The Verge ha riferito di aver interpellato YouTube, Twitch, TikTok, Meta, Rumble e Kick per conoscere la loro posizione sull’eventuale trasmissione. Al momento della pubblicazione non erano arrivate risposte.
Ma proprio l’incertezza apre un problema.
Chi controllerà quelle immagini? Saranno riproducibili? Potranno essere rilanciate sui social? Esisteranno limiti d’età? Quali responsabilità avranno le piattaforme?
E soprattutto: la morte di un condannato potrebbe diventare una nuova merce nell’economia dell’attenzione?
Non occorre immaginare un canale televisivo a pagamento dedicato alle esecuzioni per riconoscere il rischio commerciale. Potrebbero bastare le forme di monetizzazione indiretta dei contenuti, dalla pubblicità associata alle notizie fino alle produzioni successive.
Il prodotto, in questo caso, non sarebbe necessariamente la morte in sé, ma tutto ciò che quella morte riuscirebbe a generare in termini di attenzione.
Guy Debord: dalla società dello spettacolo alla società dello spettatore
Nel 1967 il filosofo francese Guy Debord pubblicò La società dello spettacolo, un’opera destinata a influenzare profondamente il pensiero critico sui media e sulla società dei consumi.
Per Debord, lo spettacolo non coincide semplicemente con un insieme di immagini. È una forma di organizzazione delle relazioni sociali, sempre più mediate dalle rappresentazioni.
Le immagini non si limitano a raccontare la realtà: possono diventare il modo principale attraverso il quale la società la interpreta.
Applicare questa prospettiva all’annunciata esecuzione americana significa interrogarsi sul ruolo di chi guarda.
Un tempo il pubblico assisteva alla punizione nella piazza cittadina. La sua presenza fisica era parte del rituale.
La televisione ha successivamente trasformato lo spettatore in testimone a distanza, mentre Internet gli ha aggiunto una nuova possibilità: partecipare alla circolazione dell’evento.
Oggi non ci limitiamo a guardare. Possiamo commentare, reagire, condividere, registrare e contribuire a rendere un’immagine virale.
Il pubblico non è necessariamente passivo. Può diventare un ingranaggio del meccanismo di diffusione.
Ed è questa la trasformazione più delicata: dalla spettacolarizzazione della violenza alla partecipazione dello spettatore alla sua fortuna mediatica.
Non è soltanto lo spettacolo a cercare il pubblico. È anche il pubblico, attraverso le proprie interazioni, ad alimentare lo spettacolo.
Da The Running Man alla realtà: chi sarà il prossimo?
Nel 1987, L’implacabile (The Running Man) portava sul grande schermo una società autoritaria nella quale la violenza era diventata intrattenimento televisivo.
Arnold Schwarzenegger interpretava un uomo costretto a partecipare a un programma nel quale i concorrenti venivano inseguiti da assassini professionisti sotto gli occhi di un pubblico entusiasta.
La trasmissione era una macchina di propaganda, spettacolo e controllo sociale. Il pubblico partecipava emotivamente alla caccia all’uomo, mentre le immagini venivano manipolate per rafforzare il potere.
Era fantascienza. Una distopia costruita per mettere in discussione il rapporto tra televisione, violenza e autorità.
Quarant’anni dopo, nessuno ha annunciato un programma simile negli Stati Uniti. L’esecuzione di Hasan non è un gioco televisivo e non sarebbe corretto equiparare una condanna pronunciata da un tribunale militare alla caccia all’uomo rappresentata nel film.
Eppure, quella finzione permette di formulare un interrogativo sul futuro.
Se consideriamo normale che una morte venga trasmessa in diretta come dimostrazione pubblica della forza della legge, quale sarà il limite della rappresentazione spettacolare della punizione?
Dove finisce l’informazione e dove comincia l’intrattenimento?
E cosa accadrebbe se, un giorno, il numero degli spettatori diventasse un criterio per valutare il successo mediatico di un’esecuzione?
Sono scenari ipotetici, non previsioni. Ma la fantascienza serve anche a questo: immaginare le conseguenze estreme di tendenze già presenti nella società.
La vera questione non è chi muore, ma chi guarda
La discussione sulla pena di morte è antica, complessa, attraversata da convinzioni morali, religiose, giuridiche e politiche differenti. Chi ne sostiene l’applicazione può richiamarsi alla proporzionalità della pena, alla responsabilità individuale e alla necessità di rendere giustizia alle vittime. Chi la contesta sottolinea l’irreversibilità della condanna, la dignità umana e il rischio di errori giudiziari.
La decisione di trasmettere un’esecuzione aggiunge però una questione diversa, che riguarda anche coloro che non hanno una posizione definita sulla pena capitale.
È davvero necessario vedere morire un uomo per comprendere la gravità dei suoi crimini?
L’annuncio del Pentagono non dimostra che assisteremo alla nascita di una nuova industria dell’intrattenimento basata sulle esecuzioni. Non dimostra neppure che milioni di persone desiderino guardare una fucilazione.
Ma introduce una possibilità che merita di essere discussa prima, e non dopo, che diventi una consuetudine.
Perché ogni trasformazione culturale comincia anche attraverso un precedente: qualcosa che ieri sembrava inimmaginabile, oggi appare possibile e domani potrebbe essere considerato normale.
Torniamo allora alla nostra scena iniziale.
Una pizza, qualche birra, il divano, la televisione accesa. Sullo schermo non c’è un film, non c’è un videogioco, non c’è un attore che potrà rialzarsi quando il regista griderà «stop».
C’è un uomo reale, responsabile di crimini terribili, la cui morte è stata decisa dallo Stato. Qualcuno guarderà per curiosità. Qualcun altro per convinzione politica, per interesse giornalistico, per indignazione o per verificare ciò che accade. Altri sceglieranno di non assistere.
Non conosciamo ancora le dimensioni di quel pubblico né le conseguenze culturali di questa decisione.
Sappiamo, però, che il modo in cui una società sceglie di rappresentare la morte racconta qualcosa del suo rapporto con la vita.
Nel 1987, Arnold Schwarzenegger doveva correre per sopravvivere in un mondo nel quale la morte era diventata spettacolo.
Nel 2026, forse, non avremo neppure bisogno di alzarci dal divano.
E allora la domanda non sarà soltanto chi verrà condannato a morire, ma quanto saremo disposti a guardare.
E soprattutto: dopo aver visto una morte in diretta, di che cosa avremo bisogno per emozionarci ancora?
E tu, guarderesti un’esecuzione in diretta?
La trasmissione pubblica di una pena capitale è un atto di trasparenza, una forma di deterrenza o il primo passo verso una nuova spettacolarizzazione della morte?
E quale responsabilità dovrebbero assumersi i media e le piattaforme digitali nella diffusione di queste immagini?
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Fonti e approfondimenti
Reuters, 8 ottobre 2026 – L’annuncio dell’esecuzione in streaming
Associated Press – Il Pentagono, la pena militare e le questioni legali
Vatican News, 9 ottobre 2026 – La posizione dell’arcivescovo Coakley
Associated Press – La storia delle esecuzioni pubbliche americane
National Research Council – Deterrence and the Death Penalty (2012)
PNAS (2024) – Esposizione alle immagini di guerra e disagio psicologico
PNAS Nexus (2025) – Algoritmi, engagement e contenuti divisivi
The Verge, 9 ottobre 2026 – Streaming e responsabilità delle piattaforme
Nota editoriale: articolo basato sulle informazioni disponibili al 9 ottobre 2026. L’esecuzione è prevista per il 3 dicembre 2026, ma potrebbe subire modifiche o rinvii. Le considerazioni sul futuro mercato dello streaming della morte e i paralleli cinematografici sono interpretazioni culturali, non fatti accertati.
