Da Quarto Potere a TRUMP TV

Nel 1976 Quinto Potere immaginava una televisione capace di trasformare rabbia, paura e indignazione in audience.
Oggi siamo andati oltre.
Il palinsesto non finisce alle 23:30. È continuo, personalizzato, frammentato in clip e distribuito dagli algoritmi direttamente sullo smartphone.
E due persone possono vivere nello stesso Paese ricevendo ogni giorno rappresentazioni completamente diverse della realtà.
Forse, allora, il vero problema non è stabilire se TRUMP TV sia la realizzazione della profezia di Quinto Potere.
È capire dove finisce la comunicazione del potere e dove comincia l’informazione sul potere.
Perché quando fonte, produttore e distributore coincidono, non scompare necessariamente la verità.
Scompare il contraddittorio.
E senza contraddittorio, il Quarto Potere rischia di diventare semplicemente… il megafono del primo.
Voi dove mettereste il confine tra comunicazione istituzionale e informazione?

Astroturfing, sockpuppet e gli ambasciatori di ideologia

Il caso Emmodem è un esempio quasi da manuale di come l’ecosistema influencer + algoritmi + militanza online incentivi identità fittizie, victimhood performativa e costruzione di “testimonianze” ad hoc per rafforzare la propria narrativa. Non significa che il dialogo politico sia morto, ma indica che la competizione per attenzione e legittimità sta spingendo sempre più attori verso una zona grigia tra storytelling e manipolazione.

La deriva della politica italiana

C’è un punto, nella vita pubblica di un Paese, in cui la polemica smette di essere fisiologica e diventa un sintomo. Quel punto, qui da noi in Italia, sembra essere stato superato da tempo. Oggi la politica non mira più soltanto a convincere: mira a colpire, umiliare, polarizzare. E soprattutto a semplificare tutto fino a ridurre il confronto a una formula tossica: “noi” i giusti contro “loro”,chi non la pensa come noi e in effettiin queste ultime giornate ci offrono due esempi speculari. Da una parte, a Genova, un linguaggio militante che evoca lo scontro frontale, la caccia al nemico, l’idea che la conflittualità sia di per sé una virtù. Dall’altra, un video costruito come una messinscena imperiale, in cui l’avversario politico viene esibito come ostacolo da sacrificare nell’arena. Cambiano gli schieramenti, non la grammatica. Il risultato è identico: l’avversario non è più qualcuno con cui misurarsi, ma qualcuno da delegittimare, schiacciare, ridicolizzare e perché no, eliminare.

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