Quando il potere non ha più bisogno dei giornalisti
Dalla stampa a Quinto Potere, dalla televisione ai social: la profezia di Sidney Lumet sembra aver trovato il suo ultimo capitolo nell’era della comunicazione diretta
In principio era la stampa.
E la stampa era il potere di raccontare il potere.Poi arrivò la radio. Poi il cinema. Poi la televisione. E ogni volta qualcuno annunciò la fine del mondo conosciuto e l’inizio di una nuova era della comunicazione.
Nel 1976 Sidney Lumet mise tutto questo dentro un film destinato a diventare una delle più lucide profezie sul rapporto tra informazione, politica e spettacolo: Quinto Potere (Network), scritto da Paddy Chayefsky. Quasi cinquant’anni dopo, mentre la Casa Bianca trasmette direttamente al pubblico attraverso un flusso video permanente chiamato TRUMP TV, quella profezia sembra avere trovato una nuova incarnazione digitale.
Ma c’è una differenza fondamentale.
Nel film il potere aveva ancora bisogno della televisione, oggi può fare a meno perfino di quella.
Il quarto potere e la nascita della televisione
Per secoli il rapporto tra cittadini e potere è passato attraverso la parola scritta.
Giornali, libri, opuscoli e riviste hanno costruito quello che siamo abituati a chiamare Quarto Potere: un sistema di controllo esterno alle istituzioni, capace di raccontare ciò che il potere preferirebbe non raccontare.
Poi arrivò la televisione. La realtà entrò nei salotti, il giornalista smise di essere soltanto una firma in fondo a un articolo e diventò un volto e le immagini iniziarono a competere con le parole.
La televisione non si limitava più a raccontare un evento. Poteva decidere come mostrarlo.
E qui comincia la storia raccontata da Quinto Potere.
1976: il futuro era già sullo schermo
Nel film di Lumet, il giornalista Howard Beale è un conduttore televisivo ormai in declino. Quando gli ascolti crollano, dovrebbe semplicemente essere sostituito.
Accade invece qualcosa di diverso.
Beale esplode davanti alle telecamere. La sua rabbia diventa spettacolo. Il suo celebre sfogo: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!» conquista il pubblico. La rete comprende rapidamente ciò che sta succedendo. La rabbia funziona e può essere trasformata in prodotto.
Il personaggio di Diana Christensen, dirigente televisiva interpretata da Faye Dunaway, rappresenta esattamente questa trasformazione: l’informazione non viene più valutata soltanto per la sua importanza pubblica, ma per la sua capacità di generare attenzione.
La sofferenza diventa audience.
La paura diventa audience.
La rabbia diventa audience.
E l’indignazione diventa un modello di business.
Il film aveva previsto l’infotainment e la progressiva evaporazione del confine tra informazione e spettacolo.
Ma nel 1976 mancava ancora qualcosa… Internet.
Poi arrivò Internet. E il pubblico diventò produttore
La televisione aveva un limite: trasmetteva da uno a molti.
Internet ha rovesciato il modello.
Adesso tutti possono parlare, possono pubblicare, diventare piccoli editori, commentatori, influencer, propagandisti o semplicemente fonte di contenuti.
E soprattutto possono essere misurati. Visualizzazioni. Commenti. Condivisioni. Like. Tempo di permanenza. La domanda non è più soltanto: «Questa informazione è vera?»
Sempre più spesso diventa: «Questa informazione funziona?»
È una differenza enorme.
Perché ciò che funziona sui social non coincide necessariamente con ciò che è importante, un’informazione complessa richiede tempo, una provocazione richiede un secondo.
Un’analisi richiede attenzione, un insulto può generare migliaia di commenti.
Il risultato è un ecosistema nel quale rabbia, paura, indignazione e conflitto possono diventare carburante per l’algoritmo. Nel documento di partenza questo meccanismo viene definito rage-driven engagement: provocare una reazione emotiva per aumentare commenti, condivisioni e permanenza degli utenti.
Ed è qui che Quinto Potere torna a guardarci dallo schermo.
Howard Beale oggi avrebbe un account
Howard Beale oggi probabilmente non avrebbe bisogno di una rete televisiva, avrebbe un canale YouTube, un profilo X, un account TikTok, una community e probabilmente una newsletter.
Avrebbe un esercito di persone pronte a trasformare ogni sua frase in una clip, il suo grido non giungerebbe attraverso le finestre delle case, arriverebbe direttamente nelle notifiche degli smartphone.
Il Profeta Pazzo immaginato da Chayefsky avrebbe trovato nell’economia dell’attenzione il suo habitat naturale.
Ma non sarebbe solo.
Accanto a lui troveremmo la Manager Cinica, interessata alle metriche, agli algoritmi, alla viralità. E poi il Direttore del Potere, quello che comprende che dietro ogni grande sistema mediatico esiste qualcosa di ancora più grande: la struttura economica e politica che decide quali messaggi possono circolare, quanto possono circolare e davanti a quale pubblico e questi tre archetipi diventano una sorta di triangolo della comunicazione contemporanea: rabbia, metrica e potere.
Nel 1976 era fantascienza televisiva.
Oggi è una struttura che possiamo riconoscere ogni giorno.
E poi arriva TRUMP TV
È dentro questo scenario che compare TRUMP TV.
Il nome può far pensare a una nuova rete televisiva tradizionale. Ma il progetto, per come viene descritto è qualcosa di diverso: un flusso video continuo della Casa Bianca distribuito attraverso YouTube, sito e applicazione ufficiale, con discorsi, annunci e contenuti dell’amministrazione.
La questione interessante, quindi, non è semplicemente la nascita di un nuovo canale, è chi racconta la realtà e attraverso quale filtro.
Un governo che comunica direttamente ai cittadini non è, di per sé, una novità né un’anomalia.
Il fatto sta nella possibilità tecnologica di costruire un ecosistema comunicativo permanente, nel quale l’istituzione può produrre immagini, selezionare gli eventi, montare le clip, distribuirle direttamente al pubblico e aggirare parte della mediazione giornalistica.
La fonte primaria può essere preziosa, ma non è automaticamente giornalismo.
Un discorso presidenziale racconta ciò che il presidente vuole comunicare.
Il lavoro giornalistico consiste anche nel chiedere ciò che non viene detto.
Il problema non è la comunicazione diretta. È ciò che scompare
Qui sta probabilmente il punto più delicato.
Il problema non è che un politico parli direttamente ai cittadini, nasce quando la comunicazione diretta sostituisce il controllo giornalistico invece di affiancarlo.
Chi fa le domande?
Chi verifica i numeri?
Chi cerca le fonti contrarie?
Chi controlla ciò che viene omesso?
Chi racconta le conseguenze delle decisioni?
Se il potere produce contemporaneamente il messaggio, le immagini e il racconto del messaggio, il rischio è che la comunicazione istituzionale diventi l’unica versione disponibile dei fatti.
Non è informazione indipendente: al contrario, è un’informazione che dipende interamente dalla stessa fonte che dovrebbe essere sottoposta al controllo giornalistico.
Ed è qui che il confine diventa sottile. Un governo ha tutto il diritto di comunicare direttamente con i cittadini. Ma il giornalismo svolge una funzione diversa: verifica ciò che viene detto, cerca ciò che non viene detto, confronta altre fonti e, soprattutto, può fare domande che il potere preferirebbe non ricevere.
Quando fonte, produttore e distributore dell’informazione coincidono, non scompare necessariamente la verità. Scompare il contraddittorio.
Dal telecomando all’algoritmo
Nel 1976 il telespettatore aveva il telecomando.
Oggi ha un algoritmo.
La differenza non è soltanto tecnologica. Il vecchio palinsesto proponeva gli stessi programmi a milioni di persone. Il sistema digitale può costruire esperienze differenti per persone differenti.
Due cittadini dello stesso Paese possono vivere dentro due ecosistemi informativi completamente diversi.
Uno vede determinate immagini e l’altro ne vede altre, uno riceve una spiegazione, l’altro riceve una smentita. Uno incontra continuamente un certo politico e l’altro incontra continuamente i suoi oppositori.
Alla fine non discutono più soltanto su quale soluzione adottare.
Possono arrivare a non condividere nemmeno la realtà di partenza. È questa una delle conseguenze più profonde della nuova comunicazione politica digitale.
E l’Italia?
A questo punto compare inevitabilmente una domanda: potrebbe succedere anche in Italia?
Il termine “TeleMeloni” può essere utilizzato come provocazione giornalistica o come metafora, ma non va confuso con l’esistenza di una piattaforma italiana equivalente a TRUMP TV.
Il problema italiano è più complesso.
Riguarda il servizio pubblico, la governance della RAI, il finanziamento, le nomine, l’autonomia delle redazioni e le condizioni nelle quali lavorano i giornalisti. Il materiale analizzato richiama proprio questi elementi come nodi centrali del dibattito sull’indipendenza dell’informazione pubblica.
E qui la questione diventa più interessante del semplice confronto tra leader, perché non serve necessariamente creare una televisione chiamata “TeleMeloni”.
È sufficiente che il sistema informativo perda progressivamente la capacità di fare ciò per cui esiste: controllare il potere.
Il vero segnale d’allarme
La domanda, allora, non dovrebbe essere: «TRUMP TV è Quinto Potere?»
Ma: «Quando una fonte istituzionale smette di essere una fonte e comincia a diventare l’intero sistema informativo?»
Alcuni segnali possono aiutare a riconoscere il cambiamento:
le testate critiche vengono escluse o penalizzate; tipo l’estromissione dalla Casa Bianca per CNN, MS NOW (ex MSNBC) e Politico (poi revocato).
le domande scomode diminuiscono; i comunicati vengono presentati come notizie; il leader occupa lo spazio che dovrebbe appartenere alle istituzioni; ogni critica viene trasformata in attacco o tradimento; paura, nemico, scandalo e umiliazione diventano ingredienti ricorrenti della comunicazione; il servizio pubblico dipende sempre più dalle decisioni politiche.
Non significa che ogni comunicazione diretta del potere sia propaganda.
Significa che il pluralismo si misura anche dalla possibilità di contraddire il potere.
Dal Quarto Potere al quinto, e forse oltre
Siamo partiti dalla stampa.
Il Quarto Potere nasceva dall’idea che qualcuno dovesse guardare dentro le stanze del potere e raccontare ai cittadini cosa vi accadeva.
Poi è arrivata la televisione e il potere ha imparato a parlare attraverso le immagini, quindi è giunto il Quinto Potere, che ci ha mostrato cosa succede quando l’informazione scopre che la rabbia vende più della verità. Poi Internet e la mediazione si è spezzata.
Ora il potere può costruire il proprio canale, il proprio pubblico, il proprio archivio, le proprie immagini e perfino la propria distribuzione.
Non deve necessariamente convincere i giornalisti.
Può parlare direttamente a milioni di persone e forse questa è la vera evoluzione della profezia di Lumet.
Non un mondo nel quale la televisione controlla la realtà, ma nel quale chi controlla il flusso delle informazioni può costruire la realtà percepita senza aver più bisogno dello schermo televisivo tradizionale.
E allora forse la domanda da prosi non è più quale sarà il prossimo potere, ma chi controllerà lo schermo attraverso il quale noi guardiamo il mondo?
E tu cosa ne pensi?
TRUMP TV rappresenta semplicemente una nuova forma di comunicazione politica diretta oppure è il sintomo di una trasformazione più profonda del rapporto tra potere, giornalismo e cittadini?
Scrivilo nei commenti.
E se pensi che questa domanda riguardi tutti, non soltanto la politica americana, condividi questo articolo.
Perché nell’epoca dell’informazione continua, imparare a riconoscere chi ci sta raccontando la realtà è forse il primo passo per non lasciargliela raccontare da qualcun altro.
In principio era la stampa.
E la stampa era il potere di raccontare il potere.
Poi arrivò la radio. Poi il cinema. Poi la televisione.
Nel 1976 Sidney Lumet mise tutto questo dentro un film destinato a diventare una delle più lucide profezie sul rapporto tra informazione, politica e spettacolo: Quinto Potere (Network).
Howard Beale, il giornalista che davanti alle telecamere trasforma la propria rabbia in spettacolo, diventa improvvisamente un fenomeno di audience.
La rete capisce immediatamente una cosa:
la rabbia funziona e se funziona, può diventare un prodotto.
Quasi cinquant’anni dopo sono arrivati Internet, i social e gli algoritmi e qualcosa è cambiato ancora.
Il politico non ha più necessariamente bisogno del giornalista per raggiungere milioni di persone.
Non ha bisogno di un’intervista.
Non ha bisogno di un telegiornale.
Può avere il proprio canale, il proprio pubblico, le proprie immagini e la propria narrazione.
Ed è qui che diventa interessante osservare TRUMP TV, il flusso video della Casa Bianca distribuito attraverso i propri canali digitali con discorsi, annunci e contenuti dell’amministrazione.
Il problema non è che un governo comunichi direttamente con i cittadini ed è normale che lo faccia.
La domanda è un’altra: cosa succede quando chi esercita il potere diventa contemporaneamente fonte, produttore e distributore del racconto sul proprio operato?
A quel punto l’informazione rischia di dipendere interamente dalla stessa fonte che dovrebbe essere sottoposta al controllo giornalistico.
Chi verifica i numeri?
Chi cerca altre fonti?
Chi racconta quello che manca?
E soprattutto: chi fa le domande scomode?
Nel 1976 Quinto Potere immaginava una televisione capace di trasformare rabbia, paura e indignazione in audience.
Oggi siamo andati oltre.
Il palinsesto non finisce alle 23:30. È continuo, personalizzato, frammentato in clip e distribuito dagli algoritmi direttamente sullo smartphone.
E due persone possono vivere nello stesso Paese ricevendo ogni giorno rappresentazioni completamente diverse della realtà.
Forse, allora, il vero problema non è stabilire se TRUMP TV sia la realizzazione della profezia di Quinto Potere.
È capire dove finisce la comunicazione del potere e dove comincia l’informazione sul potere.
Perché quando fonte, produttore e distributore coincidono, non scompare necessariamente la verità.
Scompare il contraddittorio.
E senza contraddittorio, il Quarto Potere rischia di diventare semplicemente… il megafono del primo.
Voi dove mettereste il confine tra comunicazione istituzionale e informazione?
