Il marketing della paura

Paura, terrore del futuro a chi giova

Chi ci guadagna davvero?

Ogni mattina, tra un caffè e l’altro, milioni di persone scorrono un feed che sembra annunciare la fine del mondo: guerre che rischiano di allargarsi, un’intelligenza artificiale che ci ucciderà tutti, data center che prosciugano risorse, arsenali nucleari in crescita, il cambiamento climatico che attanaglia il pianeta. Il fenomeno non è confinato a un singolo evento o a un singolo Paese: è un meccanismo diffuso, alimentato da media, piattaforme, aziende tecnologiche e governi, che negli ultimi anni ha trasformato l’allarme in un vero e proprio prodotto. Se i pericoli siano reali e spesso lo sono chi guadagna nel raccontarli in un certo modo, e perché questo dovrebbe interessare chiunque usi uno smartphone?

Un’emozione antica diventata merce di scambio

La paura è una delle risposte più antiche del cervello umano: serve a riconoscere un pericolo e a reagire in fretta. Il problema comincia quando smette di essere una reazione a un rischio concreto e diventa uno strumento per orientare comportamenti, consumi e consenso politico. Un titolo allarmistico spinge a cliccare, un discorso politico che giustifica misure eccezionali, un’azienda che presenta il proprio prodotto come l’unico argine a una minaccia imminente, una piattaforma che premia i contenuti che generano più reazioni. Nessuno di questi passaggi richiede una regia occulta: basta che il sistema, nel suo complesso, impari che la paura funziona.

Un pericolo reale può essere raccontato in modo da produrre vantaggi per chi lo racconta.

I numeri dietro l’ansia globale

Per capire quanto ci sia di vero e quanto di costruito nella narrazione del collasso, servono i dati. E i dati, se letti con attenzione, raccontano una realtà seria ma più sfumata degli slogan.

Energia e data center

415 Twh
Consumo elettrico dei data center nel 2024 (circa l’1,5% del totale mondiale)

945 Twh
Proiezione IEA per il 2030, scenario centrale

+50%Crescita 2025 della domanda elettrica delle strutture dedicate all’IA

Il dato è reale e in crescita rapida, ma dire che i data center stanno “prosciugando il pianeta” è un’immagine efficace più che una descrizione precisa: il reale impatto ambientale dipende dal sistema di raffreddamento, dal clima locale, dal mix elettrico e dalla filiera dei semiconduttori, e varia moltissimo da un impianto all’altro.

Conflitti e arsenali nucleari

Nel 2025 l’Uppsala Conflict Data Program ha registrato 65 conflitti con Stati coinvolti, il valore più alto dall’inizio della serie storica nel 1946, con circa 244.600 morti stimati nella violenza organizzata. Il SIPRI stima inoltre che a inizio 2026 le testate nucleari nei nove Stati dotati di armi atomiche fossero circa 12.187. Sono numeri seri, che descrivono un sistema internazionale più instabile. Ma da qui a dedurre che una guerra mondiale sia inevitabile o imminente il passo è lungo, ed è esattamente quel passo che un certo tipo di informazione tende a saltare a piè pari.

Tre livelli da non confondere

Per orientarsi nel marketing della paura è utile distinguere tre piani diversi: il pericolo reale, cioè un fenomeno documentabile come una guerra o un consumo energetico; l’incertezza, ovvero il fatto che spesso non sappiamo quanto sia probabile un evento o quando potrebbe verificarsi; e infine l’uso strategico del terrore, che si attiva quando pericolo e incertezza vengono compressi in una narrazione apocalittica priva di probabilità, alternative o margini d’azione.

Un esempio chiarisce bene la differenza. Dire che “alcuni esperti ritengono che sistemi sempre più autonomi possano comportare rischi estremi e chiedono misure di sicurezza” è un’affermazione informativa. Dire che “l’intelligenza artificiale ci ucciderà tutti” è tutt’altro: è una previsione estrema, non un fatto accertato né un consenso scientifico, ma produce un effetto emotivo molto più forte e quindi molto più efficace da diffondere.

Voci dal settore: allarmi sinceri, effetti strategici

Il documentario “NAZA”, firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor, raccoglie le testimonianze anonime di 24 persone provenienti dall’esercito e dall’intelligence israeliana e denuncia l’uso di sistemi di sorveglianza e selezione dei bersagli assistiti dall’intelligenza artificiale nelle operazioni a Gaza; le Forze di difesa israeliane respingono le accuse e sostengono che le decisioni di attacco siano state umane. In un caso come questo la distinzione è cruciale: un’opera può generare angoscia perché documenta una realtà violenta, non perché la inventa per manipolare.
Ridurla a un prodotto del marketing della paura sarebbe un errore tanto quanto accettarla senza alcuna verifica.

Diverso il caso di Andreas Kirsch, dipendente di Google DeepMind, che ha dichiarato a titolo personale di temere che l’intelligenza artificiale possa “ucciderci tutti”. La sua posizione merita attenzione proprio perché arriva da un addetto ai lavori, ma non rappresenta una posizione ufficiale dell’azienda né un consenso scientifico condiviso: trattarla come una certezza produrrebbe disinformazione, ignorarla del tutto sarebbe altrettanto superficiale.

Ancora più paradossale il caso di Dario Amodei, Sam Altman ed Elon Musk, che hanno pubblicamente sostenuto iniziative per rallentare lo sviluppo dei modelli di frontiera pur continuando a costruirli. L’allarme può essere sincero e, allo stesso tempo, produrre un vantaggio competitivo: se solo poche aziende hanno le risorse per sviluppare e mettere in sicurezza i modelli più avanzati, descrivere l’IA come troppo pericolosa per gli attori minori rischia di trasformare la sicurezza in una barriera all’ingresso per i concorrenti.

Chi beneficia della paura

Il meccanismo coinvolge attori molto diversi tra loro, spesso senza alcun coordinamento esplicito: ciascuno converte l’allarme in una forma di potere differente.

Un esperimento condotto su Bluesky, mostra come i feed basati sull’engagement abbiano amplificato contenuti politici tossici e conflittuali rispetto a un semplice ordine cronologico; modificando l’algoritmo, l’esposizione a questi contenuti si riduceva senza peggiorare l’esperienza dichiarata dagli utenti. Una piattaforma non deve “volerci spaventare”: le basta ottimizzare ciò che genera reazioni osservabili, e se la paura genera più reazioni, il sistema finisce per distribuirne di più.

Il circuito: prima la minaccia, poi il protettore

Una meta-analisi su 127 studi e oltre 27.000 partecipanti ha rilevato un effetto medio positivo degli appelli alla paura su atteggiamenti, intenzioni e comportamenti: la paura, insomma, funziona anche come tecnica di persuasione, soprattutto quando al pericolo viene associata una soluzione percepita come efficace. Il circuito si ripete sempre uguale: prima si definisce la minaccia, e l’urgenza riduce il campo delle alternative; poi si presenta il protettore, e la soluzione appare indispensabile; infine si concentra il potere, con formule come “solo il nostro modello è sicuro” o “solo noi possiamo difendervi”. La minaccia giustifica la soluzione, la soluzione rafforza chi la vende: quando chi definisce il rischio è anche chi propone il rimedio, il conflitto d’interessi diventa strutturale.

Tre scenari possibili

Guardando alla concentrazione di potere tecnologico, economico e politico, si delineano tre traiettorie. Nello scenario tecnofeudale, infrastrutture e modelli restano concentrati e la sicurezza diventa una certificazione privata. Nello scenario statale-securitario, i governi subordinano l’IA alla competizione geopolitica, integrando aziende, intelligence e difesa dentro una logica permanente di emergenza. Nello scenario pluralista regolato, poteri pubblici tecnicamente competenti impongono audit, trasparenza ambientale, interoperabilità e limiti agli usi militari e di sorveglianza. Quest’ultimo è anche il più difficile da realizzare: non basta una legge sulla carta, servono competenze pubbliche reali, accesso ai dati, indipendenza politica e capacità antitrust. In Europa, l’AI Act e i poteri dell’AI Office rappresentano un primo contropotere, ma non ancora una garanzia sufficiente.

Il contrario della paura non è l’ottimismo, ma la capacità di verificare, scegliere e contestare chi decide.

Non diventare immuni, ma imparare a fare domande

Il punto di arrivo di questa analisi non è che ogni allarme sia falso, né che la paura vada eliminata: è un segnale spesso indispensabile. Il rischio è che diventi un lasciapassare automatico per chi vuole decidere al posto nostro. Davanti a ogni notizia allarmante vale la pena porsi cinque domande semplici: qual è il fatto verificato? Quanto è probabile ciò che viene previsto? Chi definisce il pericolo? Chi vende la soluzione? E, soprattutto, quale margine d’azione resta ai cittadini?

Il rischio più grande non è tanto un’intelligenza artificiale che conquista il mondo, quanto un sistema in cui pochi attori controllano infrastrutture, informazioni e soluzioni, mentre il pubblico viene convinto che non esistano alternative.

E tu, cosa ne pensi?

La prossima volta che apri il telefono e trovi l’ennesima notizia sulla fine del mondo, prova a fermarti un istante: non per ignorarla, ma per chiederti qual è il fatto, qual è la previsione, e chi guadagna se tu ci credi. È una domanda semplice, ma in un sistema che trasforma l’allarme in attenzione potrebbe essere una delle poche forme di libertà che ci restano.

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Pubblicato da Neox

Web advisor, scrittore, fotografo, pittore.

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